Migliori film da ridere: 20 commedie divertentissime

I Tenenbaum, film del 2001

E dopo la classifica sui grandi classici del cinema, quella sui film più commoventi e sugli horror più spaventosi, continuiamo le nostre liste con quella relativa alle commedie più divertenti, indicando per l’occasione ben venti titoli in grado di farvi sbellicare dalle risate. Come al solito insieme a grandi, immancabili, classici sono presenti dei cult più di nicchia ma non meno meritevoli di fregiarsi dell’aggettivo di film commedia da vedere almeno una volta nella vita. Abbiamo cercato di proporre titoli che svariano tra i più svariati contesti e ambientazioni, tutti accomunati dal puro divertimento in grado di provocare allo spettatore. Buona visione!

Tempi moderni (1936)

Un operaio in esaurimento nervoso finisce in carcere svariate volte, e nel frattempo incontra una ragazza orfana della quale si innamora, corrisposto. Strepitosa satira sociale di Charlie Chaplin, qui vero e proprio sostenitore del movimento operaio, con una storia paradossale ma quanto mai tenera e divertente. Come sempre fa la figura del grande mattatore, regalandoci delle scene esilaranti ma cariche di una genuina tenerezza, fanciullesca. Si ode per la prima volta la voce di Charlot, visto che il film si alterna tra il muto e il sonoro (ridotto ai minimi termini), e possiamo udirlo in una versione del tutto particolare della Titina. Uno di quei film che rimangono nel tempo, anche oggi dopo oltre 80 anni si rivela attualissimo, e una pagina fondamentale della storia della Settima Arte.

Susanna! (1938)

Il paleontologo professor David Huxley sta lavorando da anni alla ricostruzione dello scheletro un brontosauro. Il giorno prima di convolare a nozze con la sua segretaria incontra per caso l’ereditiera Susan, stravagante e capricciosa, che gli causerà una serie di imprevisti. Questo film commedia di Howard Hawks è uno dei migliori esponenti del genere. Si ride dall’inizio alla fine grazie ad una comicità garbata ma esilarante, giocata molto sulle espressioni facciali e i gesti della coppia di star formata da Cary Grant – Katharine Hepburn, qui strepitosi. Se poi ci infiliamo dentro un leopardo, delle ossa di dinosauro, un cagnolino dispettoso, una zia un po’ matta, psicologi e sceriffi di bassa lega, si può capire la portata di risate che può verificarsi. Perfetta in tutto, non sbaglia un colpo.

La signora del venerdì (1940)

Walter Burns, direttore di un noto giornale americano, quando scopre che l’ex-moglie, una bravissima giornalista alle sue dipendenze, sta per risposarsi, cerca in tutti i modi di riconquistarla, costringendola a firmare un ultimo importantissimo servizio. Ma proprio mentre è “sul pezzo” la donna si trova alle prese con un assassino in fuga… Commedia brillante che si pone come feroce satira del giornalismo, non disdegnando stoccate etiche e istinti drammatici ma senza dimenticare la sua componente ludica, incarnata alla perfezione da un ritmo strepitoso e da dialoghi ispiratissimi (vi è anche il più veloce nella storia del cinema americano). Cary Grant e Rosalind Russell, in un vivace rapporto di amore / odio, sono magnifici e la regia di Howard Hawks è sempre una garanzia.

Zazie nel metrò (1960)

Una bambina di dieci anni, giunta a Parigi e affidata alle cure dello zio, vuole assolutamente viaggiare sul metrò, ma proprio in quei giorni vi è uno sciopero nazionale. Nel frattempo incontra strambi personaggi e vive situazioni imprevedibili. Tratto da un libro di Queneau, è un delirante e vigoroso affresco di un mondo surreale visto dagli occhi di una bambina. Figure grottesche e deliranti circondano le peripezie della piccola, alla ricerca di uno scopo apparentemente vacuo. Se il filo logico è volutamente smussato in diversi punti, non si può rimanere indifferenti di fronte alla completa e ironica follia di certe scene, esagerate e interminabili nel loro costante grado di degradazione mentale. Ottima prova della giovane protagonista, attorniata da un cast di mestieranti di indubbio talento comico diretti con mano sicura dal maestro francese Louis Malle.

L’appartamento (1960)

Un tranquillo impiegato affitta il suo appartamento ai pezzi grossi della sua ditta per incontri amorosi, in cambio di promozioni sul lavoro. Ma quando il presidente della società porta in casa sua la ragazza dei suoi sogni, il mondo gli cade a pezzi. Strepitosa commedia dalle forte venature drammatiche, intensa e profonda ma allo stesso tempo in grado di divertire con dolcezza e sottile ironia. Cinque oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e miglior scenografia) meritatissimi, e due nomination per Jack Lemmon e Shirley MacLaine, una coppia che fa scintille, qui magnificamente diretti dalla mano sicura del maestro Billy Wilder.

A proposito di tutte queste…signore (1964)

Un critico musicale giunge nella residenza estiva di un noto musicista per curarne la biografia: in attesa di incontrare l’uomo, l’ospite verrà intrattenuto dalla di questi moglie e da sei splendide donne tutte innamorate di lui. Strepitoso film comico dagli intenti parodistici, completamente fuori da tutti gli schemi mai mostrati da Ingmar Bergman (alle prese con il suo primo titolo a colori), che riesce a far ridere dall’inizio alla fine, con pacatezza e classe raffinata. Un humour sottile e mai banale, con diverse prese per i fondelli a un certo tipo di cinema, permettendosi di citare rispettosamente ma in chiave parodica anche un capolavoro come di Federico Fellini, uscito solo l’anno prima, per chi vuol divertirsi con intelligenza e stile.

Hollywood Party (1968)

Hrundi V. Bakshi è una comparsa indiana licenziata dal suo ultimo film per aver provocato involontariamente l’esplosione di un forte. Per errore l’uomo si ritrova invitato alla festa organizzata dal produttore della pellicola, dove nessuno lo conosce, e finisce per combinarne di tutti i colori trovando anche l’amore… Il cult di Blake Edwards è una delle commedie invecchiate meglio della storia del Cinema anni ’60, la cui atmosfera è presente in ogni fotogramma. Una sequela ininterrotta di gag irresistibili (alcune citate da molte opere future) che vedono protagonista un funambolico e straordinario Peter Sellers alle prese con un affiatato cast di comprimari (altrettanto efficace il cameriere perennemente ubriaco). Finale in crescendo con una vera e propria apoteosi acquatica che, seppur caotica all’inverosimile, strappa ancora risate su risate. Con un pizzico di malinconia, tra richiami slapstick e omaggi ai classici, amabilmente delirante nel suo strabordante eccedere.

M.A.S.H. (1970)

Guerra di Corea. In un ospedale da campo dell’esercito americano tre ufficiali medici ne combinano di tutti i colori a colleghi e superiori. Oggetto delle loro “attenzioni” sono in particolare un cappellano e una nuova capo-infermiera… Una perfetta satira antimilitarista che Robert Altman firma con spudorata genuinità, sfruttando una sceneggiatura eccezionale (premiata con l’Oscar) nel migliore dei modi, con un cast in stato di grazia. Un successo di critica (Palma d’Oro a Cannes, tra i tanti premi) e pubblico tale da generare una serie tv. Si ride parecchio ma c’è anche tempo e modo di pungere certi codici del mondo militare, seppure il conflitto rimanga davvero in secondo piano e mai mostrato se non nelle ferite dei soldati curati dai protagonisti.

Amarcord (1973)

Narrazione, più o meno fantasiosa, della Rimini negli anni 30. Attraverso le vicende di un nutrito gruppo di personaggi si ritrovano i vizi e le virtù di un tempo che fu, dalle situazioni più scherzose fino a quelle intense e drammatiche. A tratti surreale ma dannatamente ancorato alla realtà, è lo specchio di un popolo e dei suoi cambiamenti storici, e non manca neanche la presenza, edulcorata, del regime fascista in questo racconto parzialmente autobiografico firmato da Federico Fellini. Vien facile affascinarsi ai protagonisti, coi loro pregi e difetti, così umani e interpretati con una spontaneità incredibile. Sono tante le scene degne di nota, ed è impossibile dimenticare lo zio matto di Ciccio Ingrassia seduto in cima ad un albero a invocare una donna.

La grande abbuffata (1973)

Un gruppo di amici trascorre un weekend nella villa di uno di loro con l’unico scopo di mangiare sino ad ammazzarsi. Un’opera grottesca, di rimando teatrale sorretta dallo strepitoso istrionismo dei quattro grandi attori protagonisti (Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni e Philippe Noiret) che vive in un’atmosfera sospesa, tra un onirismo satirico e un erotismo sessuale ma soprattutto culinario, in un morboso e insaziabile attaccamento verso il cibo. Nonostante un apparente e permanente cattivo gusto, il film è comunque privo di volgarità, ma si rivela un apologo crudele e machiavellico, oltranzista nel prezzo da pagare che aleggia in costante equilibrio tra cupa farsa e critica sociale.

Frankenstein Junior (1974)

Un discendente del Dottor Frankestein si reca nel vecchio castello in Transylvania e decide di seguire le orme dello sfortunato avo. Ma anche questa volta le cose non vanno per il verso giusto. Da un mago della parodia (quando ancora questa parola, in ambito cinematografico, aveva un senso…) un classico della risata. Mel Brooks sforna una commedia esilarante, a tratti puramente irresistibile, con personaggi assolutamente indimenticabili. Merito di interpretazioni perfette, e se è impossibile dimenticare la gobba ballerina dell’aiutante Igor, non da meno è il brevissimo cammeo di Gene Hackman nei panni di un eremita cieco. Tra gag di grande intelligenza comica e dialoghi di un’ironia entusiasmante, Frankestein Junior si può definire come uno dei migliori film comici di tutti i tempi.

Prima pagina (1974)

Un giornalista in procinto di abbandonare il giornale per cui lavora e sposarsi, si ritrova davanti casualmente l’articolo della vita. “Cattura” un condannato a morte appena evaso dalla prigione, e con l’aiuto del suo cinico capo cerca di nasconderlo ai colleghi. Pur trattandosi di una commedia, sono tanti i fattori da considerare per un classico come Prima pagina. Il film infatti si rivela una dura e lucida critica al mondo di certo giornalismo, fatto più di bugie e mezze verità che attinenza ai fatti, e non sono pochi i momenti drammatici ed intensi che percorrono i cento minuti. Jack Lemmon e Walter Matthau straordinari nel delineare due personaggi simili ed opposti, accumulati solo dall’amore per il loro mestiere. Bellissimi e pungenti i dialoghi, che conferiscono alla pellicola un carisma e un’atmosfera più che avvincenti.

Io e Annie (1977)

Un comico in psicanalisi da 15 anni si innamora di una giovane ragazza di buona famiglia. Il rapporto tra i due si muove tra alti e bassi e situazioni paradossali. Woody Allen realizza un “film psicoanalitico” che analizza cinicamente e beffardamente il rapporto uomo-donna. L’ineluttabilità della vita, dell’amore che si infiamma e svanisce, è il perfido ritratto dell’intera esistenza, che il regista però osserva con sarcastica ironia, disilluso ma allo stesso tempo incapace di non goderne. Perché in fondo, si hanno sempre bisogno di uova, metafora delle necessità esistenziali. Vincitore di quattro premi Oscar: miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista a Diane Keaton.

Il vizietto (1978)

La vita di una coppia di omosessuali, uno star del travestitismo, l’altro a capo di un locale di drag queen, viene sconquassata dalla notizia che il figlio del secondo, avuto vent’anni prima in una fugace relazione etero, è prossimo alle nozze. Ma i genitori della sposa (il padre è un noto politico conservatore), vogliono prima conoscere i futuri consuoceri, pensando a causa di una bugia di trovarsi di fronte un eminente console dell’ambasciata italiana. Scontro tra titani, verrebbe da dire. Ugo Tognazzi e Michel Serrault tengono incollati allo schermo con una sfida attoriale di livelli epici, sfornando gag e facce assolutamente irresistibili, che hanno reso il film di Edouard Molinaro un classico della commedia. Si ride ma si pone anche l’accento su tematiche complesse e sulle reazioni che una coppia di gay può causare sulla cosiddetta gente “normale”. Il quarto d’ora finale è un’esplosione di genialità che conduce lo spettatore in un vortice di risate davvero incontenibile.

Drunken master (1978)

Wong Fei-Hung è un giovane studente di kung-fu che insieme alla sua banda di amici combina un sacco di gui. Per cercare di rimetterlo sulla retta via il genitore lo manda a imparare le arti marziali da un lontano prozio, il maestro Su Hua Chi, tra i massimi conoscitori dell’ormai quasi scomparsa tecnica dell’ubriaco. Qui il protagonista si troverà ad affrontare ardue sfide che lo renderanno una persona diversa, caratterialmente e fisicamente. Il primo grande successo, in patria e poi diventato cult in tutto il mondo, con protagonista la star asiatica Jackie Chan è un irresistibile mix tra commedia e action movie, dove il simpatico e atletico attore hongkonghese si scatena nel suo iconico stile, tra un’espressività slapstick e un perfetto kung-fu nelle numerose coreografie marziali che, nell’ultima parte, raggiungono l’apice di puro divertimento quando viene mostrata la tecnica, realmente esistente, dell’ubriaco.

Animal House (1978)

In un college americano c’è una forte rivalità tra la confraternita degli Omega, ragazzi perfettini e di buona famiglia, e dei Delta, scappati di casa, ubriaconi e chi più ne ha più ne metta. Lo scontro porta a situazioni paradossali. Animal house è sicuramente il capostipite delle commedie “sporche” d’Oltreoceano, dove vengono messi alla berlina i dogmi sacri del college. Volgare e irriverente, senza mai scadere eccessivamente nel cattivo gusto, è un concentrato di gag esilaranti e paradossali, con personaggi assolutamente irresistibili. E se John Belushi crea con Bluto una figura indimenticabile nella sua rozzezza, il resto del cast non è da meno, con l’esordio di un imberbe Kevin Bacon e comprimari di tutto rispetto. Un grande classico, e a ragione, di un genere successivamente inflazionato da prodotti che ne ricercano lo spirito originale ma non ne hanno quasi mai raggiunto la parvenza.

Harry, ti presento Sally (1989)

Harry e Sally si incontrano per tre volte nell’arco di dieci anni, e dalla diffidenza iniziale, diventano inseparabili amici. Ma il problema viene a galla quando entrambi si accorgono di provare qualcosa di più: l’amore metterà a rischio il loro rapporto? Simpatica commedia, assunta a cult per la dolce sfrontatezza di alcune scene clou, che gioca sulla leggenda che uomo e donna non possano essere amici senza complicazioni di carattere sessuale. Battute divertenti, frizzanti interpretazioni di Billy Crystal e Meg Ryan, e un tema più comune di quanto si possa pensare lo hanno relegato meritatamente a grande classico del suo genere.

King of comedy (1999)

Wan Tin Sau è una comparsa che sogna di diventare un grande attore, ma la sua imbranataggine gli impedisce sempre di ambire a ruoli di un certo rilievo. Un giorno l’uomo, che dirige anche, con scarso successo, una scuola di recitazione, conosce la bella Lau Piu Piu, hostess in un night club, che ha bisogno di piccoli trucchi “attoriali” per farsi apprezzare sempre più dai facoltosi clienti del locale. Due anni prima del successo internazionale di Shaolin Soccer (2001), Stephen Chow (già stella di prima grandezza in patria) dirige a quattro mani con Lee Lik Cheen questa ispirata commedia sull’arte della recitazione, ricca di citazioni (riuscito l’omaggio / parodia a John Woo) e cammei d’eccellenza (tra cui ben trenta secondi con Jackie Chan). Ne esce fuori un film divertente, non privo di romanticismo e di brevi incursioni drammatiche, pieno di gag e dialoghi ispirati, sorretti da un cast di rilievo su cui naturalmente il mattatore d’eccellenza è lo stesso interprete / regista.

I Tenenbaum (2001)

Una ricca famiglia newyorkese si ritrova a vivere sotto lo stesso tetto dopo diversi anni. Il padre, che ha rotto da tempo sia con la moglie che con i tre figli (due maschi e una femmina) cerca di riconquistare il loro affetto fingendo di avere un male incurabile, mentre tra i tre fratelli, ognuno schiavo di diverse ossessioni, si accendono contrasti e impensabili risvolti… Diviso in capitoli, con prologo ed epilogo, il primo grande successo di Wes Anderson è un collage perfetto di personaggi paradossali e ricchi di sfaccettature, che da modo al regista di giocare su due diversi registri: se infatti nella prima parte è la carica comica a regnare sul racconto, l’ultima mezzora opta invece per un mood più drammatico / melanconico che fa emergere tutta l’umanità degli “attori” di questo teatro familiare. Con un gusto visivo di marchio pop, sottolineato anche dall’azzeccata colonna sonora e dai diversi flashback riguardanti i protagonisti, I Tenenbaum può contare su un cast di grandissimi nomi, anche in ruoli all’apparenza secondari, con alcuni volti feticcio del cinema andersoniano, per uno dei film che fanno più ridere del nuovo millennio.

Deadpool (2016)

Wade Wilson è un ex membro delle forze speciali ora mercenario part-time. Una sera incontra la bella Vanessa, con la quale è amore a prima vista e pensa di sposarsi. Il futuro matrimonio trova però un ostacolo non da poco nella scoperta di un cancro terminale che viene diagnosticato all’uomo, lasciandogli solo pochi mesi di vita. Wade riceva la proposta di un misterioso avventore che intende reclutarlo per un progetto top secret che, oltre a guarirlo dalla malattia, gli donerebbe anche poteri sovrumani, rendendolo di fatto un vero supereroe. Dopo un’iniziale reticenza il protagonista accetta, finendo catapultato in un’incredibile avventura nella quale si farà chiamare con il “nome d’arte” di Deadpool. Un cinecomic esilarante che punta le proprie carte sul marcato citazionismo qui riadattato in chiave di farsa, con gag e battute in serie che non lasciano un attimo di fiato provocando risate su risate. Merito dell’avvincente messa in scena, che coniuga dinamiche action e divertimento parodico / demenziale nel migliore dei modi, e della strabordante performance del protagonista Ryan Reynolds.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.

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