I 15 film horror più belli e spaventosi di sempre

Quella casa nel bosco

Dopo le due precedenti classifiche, la prima relativa ai migliori film di sempre e la seconda ai film più commoventi, in quest’occasione ci soffermiamo su uno dei generi più amati dal grande pubblico fin dagli albori del cinema, ossia l’horror. Vi proponiamo quindici titoli in grado di suscitare sinceri spaventi, con una suddivisione tra grandi classici e pellicole magari meno conosciute ma in grado di offrire una notevole dose di paura e degne di rientrare tra i migliori film horror, nel tentativo di creare una lista meno stereotipata rispetto alle tante a tema che potete trovare sul web, nella speranza di attirare la vostra attenzione. Buona visione!

Film horror più belli e spaventosi di sempre

In questo lungo articolo vi illustreremo quelli che, secondo l’autore di questo articolo, sono i film più belli e che sono da vedere assolutamente per gli amanti del genere Horror.

La mummia (1932)

Un gruppo di archeologi ritrova la tomba di Im-Ho-Tep, sacerdote egizio morto 3700 anni prima. Per via di un’antica maledizione la mummia riprende vita e dieci anni dopo la sua resurrezione cerca di far rinascere anche la sua amata, sacrificando in cambio l’anima di una giovane ragazza, fidanzata di uno scienziato. Classico dei classici del cinema horror, che ha dato via a una serie infinita di seguiti e reboot, non ultimo l’altalenante film con Tom Cruise. Ma è la mummia di Boris Karloff che tutt’oggi rimane nella leggenda: complice anche un trucco d’eccezione, la sua presenza su schermo regala ancor oggi momenti di grande e sublime inquietudine, in un film diretto con dovizia e alcune inquadrature assai suggestive.

I vampiri (1957)

Parigi è teatro di una serie di brutali omicidi nei quali le vittime, tutte giovani ragazze, vengono ritrovate senza una goccia di sangue in corpo. Un tenace giornalista comincia ad indagare e scopre che il mistero aleggia intorno ad un antico castello dove vive una bellissima contessa, da tempo innamorata di lui. Considerato il primo film di paura italiano, il titolo di Riccardo Freda non parla propriamente di succhiasangue, bensì di inquietanti esperimenti medici e della ricerca della perenne giovinezza. Un poliziesco con virate gotico / fantastiche non privo di fascino e che può contare su raffinati effetti speciali (curati dal grande Mario Bava), in primis il rapido invecchiamento della contessa realizzato grazie ad ingegnosi trucchi nel make-up.

La piccola bottega degli orrori (1960)

L’ingenuo commesso di un negozio di fiori ha fatto crescere una pianta sconosciuta, che diventa ben presto una vera e propria attrazione per una folla di curiosi. Ma di notte il vegetale svela la sua vera natura: una pianta carnivora che si ciba di sangue e carne umana, che trascina il giovane in una serie di omicidi… Girato in soli due giorni, con un budget di 30.000 dollari e affittando un piccolo negozio usato per le riprese, Roger Corman firma una spumeggiante black comedy, un b-movie con la A maiuscola considerata un cult dai fan del cinema horror, tanto che quel “ho fame” pronunciato dalla pianta divenne un vero e proprio tormentone per i teenager americani del periodo e la storia venne poi usata anche in un famoso musical di Broadway, trasposto poi su grande schermo da Frank Oz nel 1986. In un ruolo secondario ma assai gustoso appare anche un giovanissimo Jack Nicholson a inizio carriera.

Il pozzo e il pendolo (1961)

FILM "Il pozzo e il pendolo"

Nella Spagna del Cinquecento, un nobile, che pensa d’aver sepolto la moglie viva, perde il senno dopo la visita del fratello della donna, giunto per portare omaggio al corpo della sorella. Da un racconto di Edgar Allan Poe, un film in costume a sfondo orrorifico intenso e crudele, che beneficia di interpretazioni eccelse e di stampo teatrale, su cui spicca un immenso Vincent Price, ancora una volta diretto dal maestro di genere Roger Corman. Scenografie di gran classe, così come i costumi, fanno di questa storia un affresco inquietante sui mezzi di tortura usati nel Medioevo, e che si rivelano in tutta la loro brutalità nel drammatico epilogo.

Rosemary’s Baby (1968)

Rosemary, sposata con Guy, attore teatrale, è vittime delle oppressive attenzioni dei nuovi vicini. Quando rimane incinta, queste si fanno ancora più assillanti, e ben presto la donna scopre un mistero legato a stregoneria e ad antichi riti che riguarderebbero proprio il suo futuro bambino. Roman Polanski dirige un horror introspettivo, ricco di inquietudini e risvolti psicologici, che porta la protagonista, e lo spettatore con essa, a non fidarsi di niente e nessuno. Giocando sul confine tra la paranoia e la realtà, il regista instaura un’atmosfera cupa e opprimente, un incubo ad occhi aperti dove la via d’uscita sembra sempre più lontana e irraggiungibile.

Profondo rosso (1975)

Un pianista inglese, residente da tempo in Italia, assiste all’omicidio di una sensitiva tedesca. Con l’aiuto di una giornalista, si mette sulle tracce dell’assassino e scopre un mistero legato a una vecchia villa abbandonata. Il film simbolo di Dario Argento, l’ideale unione tra il thriller degli esordi e la svolta horror che presto avrebbe seguito. Teso, avvincente, ammantato di un fascino macabro e inquietante che si svela gradualmente nelle oltre due ore, con un finale di grande impatto. Ottimo il cast, soprattutto il protagonista Hemmings, per un culto entrato pienamente nell’Olimpo del cinema, di genere e non. E la colonna sonora dei Goblin è divenuta immortale.

Hausu (1977)

Un gruppo di ragazze si reca per le vacanze estive nell’enorme villa, di proprietà della zia di una di loro. Ma la magione è luogo di oscure presenze. Psichedelia allo stato puro, tra commedia e horror, Hausu è un concentrato di genialità dai rimandi splatter, e quando una a una le ragazze vengono “ingoiate” dalla folle magia della casa, non potrà che scappare una divertita risata unita a un plauso per la genialità delle scene. Una regia forsennata, mai immobile, che si muove tra musical e violenza, tra forsennati spunti comici e sottile inquietudine. Personaggi irresistibili, caratterizzati in maniera monocorde, dall’esperta di kung-fu alla secchiona, dalla timida alla golosa, per una pellicola folle e colorata, originale e completamente fuori di testa, capace di conquistare chi si lascerà trasportare dal suo imprevedibile delirio.

Shining (1980)

Shining film cinema

Jack Torrance, ex insegnante con ambizioni da scrittore, accetta l’incarico di custode dell’Overlook Hotel, un albergo isolato nelle Rocky Mountains. L’uomo spera di sfruttare la solitudine del posto per trovare l’ispirazione letteraria, portando con sé la moglie e il figlioletto. Giorno dopo giorno il protagonista inizia a perdere la sanità mentale e il soggiorno suo e dei familiari si trasformerà ben presto in un incubo ad occhi aperti. Dal romanzo di Stephen King, che non ha apprezzato questa prima trasposizione su grande schermo, Stanley Kubrick realizza un horror psicologico ricco di fascino e tensione, con sequenze memorabili entrate nella memoria cinefila collettiva. Una paura inquieta che prende lentamente campo con il passare dei minuti, con un finale ad alta dose di follia dominato dall’insano carisma di uno straordinario Jack Nicholson.

Stati di allucinazione (1980)

Uno scienziato compie degli esperimenti per scoprire l’origine della vita, usando se stesso come cavia. Quando prova dei funghi allucinogeni provenienti da un’antica tradizione indiana, comincia a regredire psicologicamente agli albori dell’umanità, ma andando avanti con le assunzioni la trasformazione diviene sempre più completa. Visionaria opera di un maestro dell’estremo come Ken Russell, un viaggio psicosensoriale di immagini e pulsioni che assale letteralmente lo spettatore, con alcune scene di allucinazioni che sfiorano il delirio visivo. Tra fantahorror e dramma, un racconto brutale e sgraziato che ha però una sua forza intrinseca divoratrice e ammaliante, nella quale il regista non dimentica ancora una volta di criticare la religione cattolica, anche se qui solo in sottofondo. Ottimo il cast così come i convincenti effetti speciali che si rivelano efficacemente inquietanti.

E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981)

Emily eredita un vecchio albergo nei quali anni prima venne ucciso un pittore sospettato di stregoneria. Strani fenomeni cominciano a infestare il luogo, con morti misteriose, e insieme al dottor John McCabe la donna scoprirà che l’edificio è situato sopra le porte dell’inferno. Un horror cupo, che gioca con perfetto equilibrio tra un’atmosfera gotica e suggestiva e gli eccessi splatter dove il sangue scorre a fiotti, in cui le sequenze più intense sono accompagnate dall’incalzante e “magica” colonna sonora di Fabio Frizzi. Lucio Fulci crea un’opera sublime, fonte d’ispirazione per l’intero genere a venire, con una tensione costante che esplode in scene di macabra violenza e fascinoso mistero. Finale, splendido, dal sapore apocalittico per uno dei film horror più paurosi di sempre.

Il buio si avvicina (1987)

Una sera Caleb incontra la bella Mae, turista da poco in città, e accetta di darle un passaggio, ignorando che ella sia in realtà una vampira. Dopo un morso della ragazza anche Caleb diviene una creatura della notte, ed entra nella banda di succhiasangue capeggiata dall’esperto Severen. Costretto a uccidere per mostrare la fedeltà alla sua nuova “famiglia”, Caleb si trova in una situazione scomoda e trova comprensione solo nell’amore sincero e corrisposto con Mae. Fino a quando… Il secondo film di Kathryn Bigelow (anche co-autrice della sceneggiatura), anni prima dell’Oscar di The hurt locker, è un riuscitissimo b-movie horror che fa suoi anche molti topoi del moderno western di frontiera. Non disdegnando numerose sequenze emoglobiniche, girate già con uno stile notevole, la regista non dimentica però il lato umano, ben sottolineato dall’amore (im)possibile tra Mae e Caleb, e riesce a creare una notevole introspezione nei rispettivi personaggi. Colonna sonora avvolgente firmata dai grandi Tangerine Dream.

Hardware – Metallo letale (1990)

In un prossimo futuro, in una terra devastata dalle radiazioni, un “cacciatore di tesori” viene in possesso dei resti di un inquietante cyborg e decide di regalarlo alla sua ragazza, virtuosa scultrice. Ma una notte la macchina si risveglia e sin da subito cerca di mettere in pratica il suo compito primario, quello di eliminare ogni essere vivente. Adattando un breve racconto Richard Stanley realizza una delle opere cyberpunk più sottovalutate (ma a suo modo comunque diventata di culto) degli anni ’90. Con un ottimo mix di horror sci-fi che non lesina in scene gustosamente truculente che citano a piene mani i classici (da Tetsuo a Terminator e molti altri) il regista racconta una storia piccola, ma ben adattabile ad un contesto più ampio, che non risente minimamente del basso budget sfruttando inoltre convincenti effetti speciali e un cast efficace, che può contare anche sulle partecipazioni in piccoli ruoli di Iggy Pop e Lemmy dei Motorhead, presenti anche nella azzeccata ost rockeggiante.

Cabal (1990)

Boone fa degli strani sogni inerenti delle creature mostruose che vivono nella città di Midian. Accusato di diversi omicidi, commessi in realtà dal suo sadico psichiatra che vuole trovare la strada per la città leggendaria, il protagonista dopo esser stato ucciso diviene il paladino degli abitanti di Midian, in una lotta per la sopravvivenza contro gli umani. Visionaria trasposizione di Clive Barker tratta dal suo stesso romanzo, Cabal può definirsi un vero e proprio cult, un fantasy horror ricco di fantasia immaginaria e grandguignolesca che trova nella rappresentazione di diverse creature tutto il genio macabro dell’autore. La storia, convenzionale ma ben girata, propone inoltre interessanti spunti sociali sulla discriminazione e la paura del diverso e si avvale inoltre della divertita interpretazione di un David Cronenberg piacevolmente sopra le righe.

Audition (1999)

Dirigente vedovo da anni sceglie di cercarsi una nuova moglie inscenando un finto casting per un film. Conosce una bella ragazza dal passato difficile, con la quale instaura una relazione. Ma la giovane ha degli inquietanti scheletri nell’armadio. Uno dei grandi cult del regista giapponese Takashi Miike. Audition si divide nettamente in due parti, una oppressiva nel tratteggio del dramma interiore dei protagonisti, ma che in un certo quasi tranquillizza lo spettatore per il suo incentrarsi sul passato e la ricerca di una nuova felicità. Poi inizia il delirio, surreale e onirico, in cui le maggiori perversioni cominciano ad avere luogo, in un macabro inno alla violenza e alla tortura, sconsigliata a chi ha una forte fobia per gli aghi. Un cinema diabolico e perverso, che dietro la sua anima sanguinolenta nasconde significati più profondi sulla vita stessa e che per il suo disturbante stile si inserisce di diritto tra gli horror più paurosi del cinema recente.

Quella casa nel bosco (2012)

Cinque studenti del college stanno per trascorrere un weekend in un’isolata casa nel bosco, di proprietà del cugino di uno di loro. Il gruppo è all’oscuro che la dimora sia al centro di un segretissimo show televisivo, diffuso in ogni angolo del pianeta (ma solo per un ridotto ed elitario pubblico), gestito direttamente da svariati laboratori sotterranei dove lavorano centinaia di tecnici e scienziati il cui compito è quello di spaventare, e possibilmente uccidere, gli ignari partecipanti tramite figure archetipiche dell’immaginario horror ricreate per l’occasione. Concludiamo questa spaventosa classifica con Quella casa nel bosco, un titolo più leggero in cui agli spaventi si somma una gustosa ironia citazionista che prende a piene mani dai topoi classici del filone, con mostri presi pari passo dalla letturatura e opere cinematografiche passate, fino ad un finale dal taglio piacevolmente apocalittico.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.

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