So cosa hai fatto: un sequel / reboot horror che punta sull’effetto nostalgia – Recensione

Film: So cosa hai fatto

Il 4 luglio, durante i festeggiamenti per il fidanzamento di Danica e Teddy, il loro gruppo di amici – formato anche da Ava, l’ex fidanzato di quest’ultima Milo e l’amica complessata Stevie – si ritrova a guidare lungo quella stessa strada costiera teatro dell’incidente del primo, originale, So cosa hai fatto. Stupidamente ma involontariamente, fermi sul ciglio della carreggiata per osservare i fuochi d’artificio, i ragazzi provocano un incidente, con una vettura sopraggiungente che precipita giù dalla scogliera.

Presi dal panico, decidono di chiamare i soccorsi e di far passare il tutto come un tragico evento fortuito, senza testimoniare come siano andati realmente i fatti e sigillando così un patto del silenzio destinato a segnare il loro futuro. Un anno più tardi Danica riceve un biglietto anonimo con scritto “So cosa avete fatto la scorsa estate” e per il gruppo ha inizio l’incubo. Un killer vestito con l’impermeabile da pescatore e armato di uncino metallico comincia infatti a eliminarli uno a uno, replicando il modus operandi del massacro originale.

So cosa hai fatto, so cosa ho visto – recensione

Ed è qui che entra in gioco la carta nostalgia, per quanto a un certo punto uno dei dialoghi sostenga apertamente come questa sia sopravvalutata: i protagonisti decidono di cercare aiuto da Julie James e Ray Bronson, gli unici sopravvissuti agli eventi del 1997.

Ha così luogo il ritorno di Jennifer Love Hewitt e Freddie Prinze Jr., mentre anche la “narrativamente defunta” Sarah Michelle Gellar compare in un breve e visionario cameo.
Impossibile, dunque, parlare di questo nuovo So cosa hai fatto senza confrontarsi con l’originale, in un ritorno del franchise che sembra voler imporsi come passaggio di testimone generazionale, sulla scia di quanto fatto dall’omologa saga di Scream. Ma se Ghostface, nelle sue ultime incarnazioni, è riuscito ad aggiornarsi con lucidità e inventiva, lo stesso non si può dire qui, con il pescatore assassino che cade vittima di numerosi cliché, sia nella ridefinizione della sua identità sia nella gestione delle vittime predestinate.

Nel cuore dell’incubo

La regista Jennifer Kaytin Robinson, reduce dal godibile Do Revenge (2022) e dalla assai discussa sceneggiatura di Thor: Love & Thunder (2022), dirige con competenza ma senza particolari guizzi. La sua è un’estetica televisiva mascherata da produzione cinematografica, dove la macchina da presa si muove con fluidità ma senza mai osare soluzioni stilistiche capaci di distinguere il film dalla massa di slasher contemporanei.

Le sequenze di morte – alcune delle quali effettivamente creative nella loro brutalità – risultano girate con una discreta efficacia splatter, ma So cosa hai fatto versione 2025 soffre di un evidente problema di ritmo e fatica a sostenere la tensione fino alla resa dei conti finale e alla rivelazione dell’identità dell’assassino. L’impressione è che in fase di produzione non sia stato chiarito se puntare a un omaggio rispettoso dell’originale – che, pur con tutti i suoi limiti, è diventato un cult capace di generare due sequel – o a una parodia consapevole del genere, finendo per non convincere pienamente in nessuna delle due direzioni.

Conclusioni finali

Un legacy sequel prevedibile, pensato per la Generazione Z, che riporta sullo schermo i personaggi di Jennifer Love Hewitt e Freddie Prinze Jr. per strizzare l’occhio ai fan storici, senza però coltivare fino in fondo quell’effetto nostalgia che avrebbe potuto giovare maggiormente all’operazione. So cosa hai fatto torna così come un film che rigurgita citazioni e atmosfere senza riuscire a trovare una propria voce, a tratti timido e altrove fin troppo estemporaneamente esplosivo.

Se l’anima slasher funziona grazie a esecuzioni gradevoli e discretamente splatter, è la sceneggiatura a fare acqua in più occasioni, risultando ancor più fragile se paragonata alle ben più riuscite riproposizioni della saga di Scream. Un cast relativamente anonimo – eccezion fatta per le citate “vecchie glorie” – e una regia priva di soluzioni realmente incisive completano un compitino che si perde nel tentativo di compiacere tanto lo spettatore di ieri quanto quello di oggi.

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