Linda Liddle lavora da sette, lunghi, anni nel reparto strategia e pianificazione di una società di consulenza aziendale. È talmente efficiente quanto invisibile a colleghi e superiori, anche se il capo dell’azienda, poco prima di morire, le aveva promesso la vicepresidenza per via del suo lavoro sempre preciso ed encomiabile. Peccato che Bradley Preston, il subentrante figlio del compianto presidente, decida di cambiare le carte in tavole e assegnare l’ambito incarico a un collega arrogante col quale ha un rapporto di amicizia.
In Send Help a Linda viene concessa una chance per dimostrare ulteriormente il suo valore prima di essere “scaricata” definitivamente dalla compagnia. Bradley noleggia un aereo privato per Bangkok, dove avrà luogo un importante incontro di affari, ignaro che il velivolo resterà vittima di un drammatico incidente in volo. Proprio Linda e Bradley sono gli unici sopravvissuti dell’atterraggio rocambolesco su un’isola deserta, e da lì avrà inizio una bizzarra convivenza, una lotta per la sopravvivenza che modifica brutalmente il precedente status quo.
Send Help: aiuto che viene, aiuto che va – recensione
Possa piacere o meno, Send Help è un film di Sam Raimi al 100%, senza se e senza ma. Il suo marchio è ampiamente visibile nella gestione di un intreccio che sposta le dinamiche alla base di grandi classici tensivi come Misery non deve morire (1990) in territori selvaggi e inesplorati. Poco importante se non è lo spazio anche perché pure lì nessuno “può sentirti urlare“, in quella giungla che cela insidie nascoste e dà il via a nuove dinamiche di forza e di potere tra i due protagonisti.
Protagonisti-antagonisti costretti a collaborare gioco-forza, tra segreti e tradimenti, in cento minuti di visione dove la violenza prende via via il sopravvento, con sfuriate improvvise ad alto tasso emoglobinico – basti vedere la già cult sequenza del cinghiale – e una resa dei conti finale che non risparmia sempre e nessuno, con il sangue che va comunque di pari passo con una macabra e gustosa ironia nera.
Si sente in ogni inquadratura e in ogni scelta di montaggio, la presenza di un regista che ama profondamente quello che sta facendo, tra soggettive minacciose e fuori campo che dicono tutto, tra corpi umani che vengono trattati come oggetti di estasi comica e verve tensiva (una scena farà palpitare non poco il pubblico maschile), in un’ambientazione da Isola dei famosi dove però la lotta per sopravvivere è reale e non figlia dello share.
Tornare sul luogo del delitto
A diciassette anni di distanza da Drag Me to Hell (2009), il suo ultimo horror puro prima dell’ingresso nel MCU, Raimi non ha perso nulla del suo smalto. Send Help è un’operazione gustosa, un puro divertissement per tutti i suoi fan ma anche per un pubblico in cerca di un qualcosa sopra le righe, per una serata all’insegna di violenza e risate.
La sceneggiatura è una trappola narrativa perfetta, uno di quei meccanismi in cui ogni nuova interazione sui personaggi principali rischia di spostare nuovamente l’asse narrativo, con colpi di scena che si susseguono in un crescendo di esasperazione ed euforia. Un gioco manipolatorio che si riflette anche sul pubblico, il quale deve farsi trascinare senza pensare troppo alla verosimiglianza o all’impatto drammatico, giacché qui è tutta una folle sfida senza esclusione di colpi, morali o fisici questi siano.
Lì sull’isola non ci sono colleghi, non ci sono uffici, ma soprattutto non ci sono gerarchie e chi ha solitamente il potere può trovarsi in una posizione scomoda, costretto ad affidarsi a chi soltanto poco prima era stato vittima di mobbing da parte sua. L’etica del lavoro, le sue storture, vengono dissezionate in chiave splatter, dando al girl-power non soltanto un’ovvia occasione di riscatto ma anche una lettura non convenzionale sui ruoli di forza, rileggendo l’immaginario classico dove non è la bella – e Rachel McAdams bella e brava lo è eccome – colei da salvare.
Conclusioni finali
Con Send Help Sam Raimi non si limita a tornare al suo genere prediletto, ma realizza un gustoso ribaltamento dei ruoli su un’isola deserta, dove la sottomessa e il tiranno si ritrovano costretti a condividere una situazione estrema tutt’altro che scontata. Tra violenza e risate, il film riflette sulla realtà del lavoro nel mondo di oggi, innescando al contempo un tour de force di puro e grottesco divertimento.
Lo stile energico e scoppiettante del regista regala scene cult – una in particolare assai disturbante per una certa parte di pubblico – e l’acceso confronto tra Rachel McAdams e Dylan O’Brien vive della nevrotica e forzata complementarietà tra due protagonisti che si avvicinano e si respingono, tra non detti e doppi giochi, in attesa di quella resa dei conti che funge da epilogo ideale per questa guerra dei sessi su un paradiso diventante inferno.









