Ray Hayes è un ex agente di polizia del New Jersey che negli ultimi cinque anni ha lavorato come esecutore materiale per un clan mafioso locale, guidato dalla flemmatica leader criminale Michael Temple, seguente comunque un codice d’onore, e dal suo braccio destro Ignatius. L’obiettivo di Ray è quello di finanziare, con i redditizi proventi dei suoi incarichi, il sogno della moglie Alice di aprire un diner tutto suo.
In Guns Up – Affari di famiglia la situazione prende una piega del tutto inaspettata quando il boss rivale Lonny Castigan, il classico cattivo privo di qualsiasi morale, elimina Michael a sangue freddo e prende il controllo della banda. Ray, che aveva pensato di abbandonare per sempre quella doppia vita, della quale ovviamente moglie e figli erano all’oscuro, si trova a dover fare quell’ultimo, sporco, lavoro che complica inevitabilmente le cose.
Guns Up: fino all’ultimo proiettile – Recensione
Il problema di fondo di Guns Up – Affari di famiglia non è tanto nella sua essenza estremamente derivativa – buona parte dei b-movie contemporanei (soprav)vivono sugli archetipi – ma nella gestione del ritmo e del tono soprattutto in quella prima parte eccessivamente sbilanciata, incapace di sfruttare la tensione della premessa e di esplorare appieno il background e relativo sottobosco malavitoso.
Il regista e sceneggiatore Edward Drake, che conta diverse collaborazioni con Bruce Willis – in quell’ultima parte di carriera tristemente segnata dalla malattia – accumula situazioni e personaggi nei primi due terzi senza mai costruire una sensazione di minaccia reale, fallendo al contempo nel dar vita ad un protagonista credibile. Tanto che è l’ultima parte a funzionare di più, quando è la moglie di una scatenata Christina Ricci a prendere finalmente l’iniziativa e a rubare la scena ad un anonimo Kevin James, qui imponente solo fisicamente.
Una storia a corto di spunti
I dialoghi di Guns Up – Affari di famiglia sembrano scritti con l’intelligenza artificiale, poveri di personalità e di contenuti, e spiace vedere due interpreti di talento come Luis Guzmán – il Gomez Addams di Mercoledì – e soprattutto Melissa Leo, il cui ruolo è a conti fatti un cameo di pochi minuti, essere sprecati in maniera così dozzinale.
Azione e commedia cercano di convivere in una narrazione squilibrata, che si scatena a sprazzi salvo lasciare spazio a diversi tempi morti nel corso della pur breve visione – un’ora e mezza totale, titoli di coda inclusi – che scivola via senza colpo ferire, tra fiammate estemporanee – affidate come detto alla verve isterica della Ricci – e rese dei conti dalle conclusioni assai telefonate.
Lo slancio energico della mezzora finale rischia di arrivare troppo tardi, ed è possibile che diversi spettatori decidano di abbandonare il film prima del succitato colpo di scena. Non aiuta va detto un villain monodimensionale, non tanto per demerito del pur volenteroso Timothy V. Murphy ma bensì per i limiti di una scrittura che, come abbiamo detto, è ben lontano dalla sufficienza.
Conclusioni finali
Per un’ora di visione Guns Up – Affari di famiglia è un b-movie che galleggia nella mediocrità , salvo poi trovare un’inaspettata dose di grinta nella “trasformazione” di Christina Ricci, diventante a conti fatti l’effettiva protagonista a discapito di un Kevin James alquanto sottotono.
L’anonima regia di Edward Drake sembra anch’essa uscire parzialmente dal letargo proprio nella relativa escalation conclusiva, che però arriva troppo tardi per poter recuperare in extremis gli evidenti limiti narrativi e stilistici, tanto derivativi quando mal sfruttanti l’appesantita fisicità del protagonista maschile.









