I Guerrieri della Notte, recensione del film a Cura di Christian Fregoni

Film

Traendo largamente spunto dal romanzo “The Warriors” di Sol Yurick, lo straordinario regista Walter Hill firma questo incredibile western metropolitano ambientato tra le scure e pericolosissime strade di New York, I Guerrieri della Notte. D’altronde, come affermò lo stesso Hill in un’intervista, “ogni suo film è un western in un certo senso” e in questo il regista è estremamente valente nel cogliere l’eredità di un altro mostro sacro del genere: Sam Peckinpah.

Visionario, crudo, a tratti virtuoso, lo sguardo di Hill è focalizzato solo e unicamente nella narrazione distaccata del viaggio di un gruppo di uomini verso la salvezza agognata, affondando contemporaneamente le zanne in profondità per mostrare scorci di una realtà urbana, che in determinati momenti sfiora il distopico se non addirittura lo scenario post-apocalittico.

La trama del Film “I Guerrieri della Notte”

In una New York dominata e straziata dalla guerra tra gang, ognuna caratterizzata dalla propria e peculiare divisa di riconoscimento, il capo della banda più imponente della città decide di indire un grande raduno pacifico in un parco del Bronx, per poter discutere l’idea di stabilire un periodo di tregua generale e poter creare un’unica banda organizzata, per assicurarsi definitivamente il controllo della città.

Durante il discorso di Cyrus, carismatico leader dei “Riffs”, viene sparato a tradimento un colpo di pistola che ne provoca la morte e lo scoppio del caos generale.

A pagare il prezzo dell’infame gesto sono i “Warriors”, rispettata gang di Coney Island, ingiustamente accusati dell’omicidio di Cyrus. Costantemente braccati dalla polizia e dalle bande rivali, i Guerrieri dovranno affrontare un sanguinoso viaggio di ritorno verso la propria zona di competenza, meta in cui saranno costretti a fronteggiare la sfida finale per ristabilire il loro onore macchiato.

La recensione completa del film “I Guerrieri della Notte” a Cura di Christian Fregoni

In certe situazioni parlare di “cult” sembra quasi sprecato, e va da sé dire che questo imponente lavoro di Hill rientra di diritto nel novero delle pellicole indimenticabili. Prodotto del 1979, ambientato nello stesso anno, il film vive di diverse fonti ispirative: innanzitutto sembra doveroso notare l’insorgenza del fenomeno delle bande giovanili nella città di New York in quel periodo, per cui lo stesso Hill fece incetta delle più diverse espressioni stilistiche e figurative, andando quindi a creare un immaginario collettivo di strada solidamente ispirato alla realtà.

L’eccentricità delle varie divise delle gang è la pura riproposizione di configurazioni realmente esistenti, tanto che per girare le varie scene di massa presenti nel film vennero anche scritturati molti membri di bande di strada reali. Il tutto contribuisce a dare un alienante senso di realismo a un film che altrimenti sarebbe popolato dai tipici stilemi del genere distopico.

Per quanto riguarda l’ispirazione letteraria, oltre che al romanzo omonimo di base, è necessario puntualizzare che Hill prese a piene mani l’idea classica dell’ “Anabasi” di Senofonte, i cui parallelismi sono più che evidenti: diecimila mercenari greci si trovano costretti ad attraversare l’impero persiano, dopo la sconfitta di Ciro il Grande nella battaglia di Cunassa, pedissequamente tallonati dall’esercito nemico ed osteggiati dai popoli dei territori sottomessi, in vista dell’agognata visione del mare, simbolo del ritorno a casa.

Ad elevare a capolavoro quella che altrimenti sarebbe potuta passare per una banale rivisitazione in chiave moderna, è la qualità stilistica impressa da Hill. Il film vive della totalità delle sue scene, memorabili per spettacolarità ed invenzioni visive.

In apertura assistiamo alla presentazione del soggetto attraverso l’utilizzo di un montaggio alternato da antologia: utilizzando stacchi anche di stampo fumettistico, il regista introduce alla realtà delle bande di strada veicolando il totale coinvolgimento dello spettatore, che si trova immerso completamente in questo mondo tenebroso e malefico, dove l’ordine costituito rappresenta qualcosa da cui fuggire e dove l’unica legge viene dettata dal posto occupato dalle varie “casacche”, nella sfera della criminalità di strada.

Geniale è anche l’idea di affidare la narrazione ad un’anonima speaker radiofonica, che commenta fuoricampo informando lo spettatore di tutti gli spostamenti dei Guerrieri e del susseguirsi degli eventi riprodotti nel film.

La tematica trattata necessita del possente sostegno dei meccanismi del cinema d’azione, per cui Walter Hill può essere completamente libero di sfoggiare tutto il suo magistrale talento. Ancora una volta, le sequenze da manuale si sprecano: ralenti sapientemente dosati (l’uccisione di Cyrus, la tragica fine di un membro dei Warriors sui binari della metropolitana), tutte le scene di combattimento tra gang su cui spiccano lo scontro a colpi di mazza da baseball con i “Baseball Furies”, il tesissimo agguato ordito dalla gang femminile delle “Lizzies” e il combattimento contro i “Punks” all’interno di un bagno della metro, claustrofobico esempio di crescendo tensivo e di maestria di genere.

In mezzo alla frenesia della fuga serratissima e degli svariati picchi di violenza raffigurati, Hill trova il modo di inserire sapienti accenni della sua personale poetica ideologica, per cui la sua disillusione nei confronti della società è totale. Scegliendo di spostare completamente l’attenzione sul fenomeno delle bande di strada, il regista si schiera tacitamente dalla loro parte, preferendo questo tipo di criminalità a quella organizzata e “tutelata dalla legge”. L’ordine costituito è qualcosa da ripudiare e rifuggire, e per tanto l’habitat ideale dove esercitare il proprio predominio è rappresentato da strade desolate, quasi post-apocalittiche, popolate unicamente da violente bande rivali, pronte a ghermire in qualsiasi occasione.

In questo senso, il film è permeato di un peculiare senso di giustizia, imposto dai vari codici d’onore tra bande, distante anni luce dai dettami della legge e minato solo dall’anarchica follia distruttrice personificata da Luther e la sua banda dei “Rogues”: colpevole senza reale motivazione dell’omicidio dell’organizzatore del raduno, e protagonista di una scena che ha del leggendario (“Guerrieri, giochiamo a fare la guerra?”), il personaggio di David Patrick Kelly è l’emblema di ciò che l’estremizzazione della delinquenza urbana può comportare.

Per confermare, infine, il punto di vista del regista è opportuno anche ricordare il frangente in cui i nostri “anti”eroi stanno tornando verso casa a bordo della metropolitana: sedendosi di fronte a un gruppo di ragazzi di diversa e più alta estrazione sociale, ci si rende immediatamente conto di come il regista in verità voglia far capire di essere più vicino e solidale alla realtà di vita di strada piuttosto che alla vacua apparenza esteriore borghese del ceto abbiente newyorkese.

Non penso ci sia altro da aggiungere, quindi prepariamoci ad affrontare tutti assieme un omerico viaggio di redenzione, in un mondo parallelo estremamente vicino a noi, dove il mare non è un ostacolo separatore, ma l’ambita meta salvifica.

Voto: 9

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