Cuckoo: lo spaventoso canto del cuculo nell’horror con Hunter Schafer – Recensione

Cuckoo

La giovane Gretchen ha lo sguardo scocciato di chi si trova in un posto dove non vorrebbe essere. La protagonista di Cuckoo infatti è stata costretta a seguire il padre Luis e la nuova compagna Beth – madre della sua sorellastra, la piccola Alma – in un resort di lusso immerso nelle Alpi Bavaresi. Resort che appartiene a Herr König, un misterioso individuo che il pubblico comprende fin da subito nasconda qualcosa di inquietante.

Dal suo arrivo Gretchen, nel frattempo assunta come receptionist nell’hotel locale, comincia a essere testimone di eventi inspiegabili, rivivendo le medesime, identiche, situazioni in più occasioni a distanza di pochi secondi e trovandosi coinvolta in una serie di incidenti che mettono a repentaglio la sua incolumità. La linearità del tempo sembra avere un problema in quel posto e l’entrata in scena di un ex-poliziotto che sta indagando proprio su König complica ulteriormente le cose.

Cuckoo: qualcuno volò sul nido del cuculo? – Recensione

C’è una cosa che caratterizza il cuculo rispetto alle altre specie di uccelli: deposita le proprie uova nei nidi altrui, lasciando che un’altra madre le covi e le allevi come se fossero le sue, e quando il guscio si schiude il pulcino si rivela già abbastanza grande da spingere fuori dal nido le uova originali. Si chiama parassitismo della covata e su questa premessa, adattata ad un contesto sociale ed eugenetico, si basa la premessa di Cuckoo, thriller/horror scritto e diretto da Tilman Singer.

Il regista originario di Lipsia, il cui debutto Luz (2018) aveva rigettato qualsiasi schema dell’horror convenzionale, costruisce intorno a questa metafora biologica il suo secondo lungometraggio, dando il ruolo di assoluta protagonista alla lanciatissima Hunter Schafer, già star della serie cult Euphoria.

Una verità da svelare

Il film riesce a costruire una discreta dose di tensione senza che lo spettatore riesca a individuare chiaramente non da tanto da chi, ma da cosa provenga la minaccia, il pericolo che si sente incombere sulla malcapitata Gretchen e sulla sua famiglia, complice o meno che sia. Le Alpi Bavaresi diventano un paesaggio interiore prima che geografico: la bellezza algida di luoghi sconfinati è anche spazio paradossalmente ostile, laddove i soccorsi non sono propriamente a portata di mano e l’isolamento diventa una consuetudine pericolosa.

Gretchen si sente estranea a tutto ciò che la circonda, a cominciare da quella nuova routine familiare alla quale non riesce ad abituarsi – e frequenti sono le sue telefonate alla madre in cerca di conforto. E così è ancora più pericolosamente facile cadere in quell’incubo ad occhi – e orecchie – aperti, con un suono che non appartiene né alla natura né alle macchine che diventa presagio di imminenti sventure.

Peccato che la buona atmosfera costruita nella prima metà non trovi poi adeguato riscontro quando la rivelazione mette infine tutte le carte in tavola, con alcune forzature e inverosimiglianze che chiedono ben più di una semplice sospensione dell’incredulità allo spettatore attonito. Il quale deve accettare pienamente quel folle gioco narrativo per evitare che quanto accade davanti ai suoi occhi non scada nel ridicolo involontario.

Conclusioni finali

Una trappola sensoriale efficace per quasi un’ora di visione, sostenuta da una Hunter Schafer perfetta nell’incarnare il disorientamento familiare in un contesto sempre più inquietante. Cuckoo si sfilaccia però nel confronto finale, con risvolti improbabili che ne compromettono la coerenza e finiscono per indebolire la tensione accumulata fino a quel momento.

Il risultato è un horror riuscito soltanto a metà, capace di affascinare grazie alla sua atmosfera criptica e straniante ma non altrettanto abile nel gestire il mistero e le reali motivazioni del villain, tra complotti e vendette che si intrecciano senza equilibrio in una deriva narrativa più gratuita che realmente armonica.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.