Trust Me: il falso profeta, un intenso documentario true crime – Recensione

Trust Me - Il falso profeta

Vi è un paradosso al centro di Trust Me: Il falso profeta, che vale la pena mettere subito in chiaro anche perché buona parte di questa docuserie viene costruita intorno ad esso. Samuel Bateman, l’uomo che nel vuoto di potere lasciato dall’arresto di Warren Jeffs aveva deciso di proclamarsi nuovo profeta della Fundamentalist Church of Jesus Christ of Latter-Day Saints, non era un uomo carismatico o affascinante, tutt’altro.

Ma nonostante ciò decine di donne, più o meno giovani, gli consegnarono ciecamente le proprie vite e i propri corpi, all’insegna di una fedeltà cieca e assoluta. Quello che è accaduto veramente lo scopriamo nei quattro episodi disponibili nel catalogo di Netflix, che aprono interrogativi inquietanti sui mali del fanatismo, religioso e non, e su dove fin possa spingersi l’essere umano.

Trust Me: un’altra volta – recensione

La regista Rachel Dretzin, già autrice di Keep Sweet: Pray and Obey (2022), la docuserie Netflix che aveva già raccontato le malefatte del succitato Warren Jeffs all’interno della medesima comunità, torna idealmente “sul luogo del delitto” dando il via ad una sorta di sequel, quanto mai inquietante e paradossale perché non ci troviamo di fronte a una sceneggiatura di finzione, ma bensì davanti alla nuda e cruda realtà.

Bateman non era apparentemente un genio della manipolazione. Ha semplicemente avuto la sadica e tempistica furbizia di occupare uno spazio lasciato vacante per regnare su una comunità priva di raziocinio, che necessitava di qualcuno a cui affidarsi dopo il precedente addio.

Nel cuore del dramma

Se l’operazione colpisce nel segno è grazie all’enorme quantità di materiale filmato direttamente dall’interno della setta. Christine Marie, esperta di psicologia dei culti che in passato aveva affrontato in prima persona una simile esperienza nei panni della vittima, e il marito Tolga Katas, videografo, si erano infatti trasferiti nel 2016 a Short Creek, la cittadina dell’Utah al confine con l’Arizona che da decenni è il cuore geografico della comunità FLDS, con l’intenzione di supportare le famiglie rimaste senza guida dopo l’incarcerazione del vecchio leader.

Lì hanno avuto modo di conoscere Bateman e deciso poi di infiltrarsi nella sua cerchia ristretta, facendo credere di voler realizzare un documentario favorevole alla sua causa, per incastrarlo una volta per tutte. Ciò che i due hanno raccolto in mesi e mesi di frequentazione è del materiale scottante che nella storia del documentario investigativo ha pochissimi eguali.

La struttura narrativa è quella di un thriller in quattro atti. Il primo episodio stabilisce il contesto, il secondo e il terzo approfondiscono il dramma, le prove raccolte e i ripetuti tentativi di convincere la polizia locale ad agire nei confronti di quel santone / violentatore. La puntata conclusiva ci offre poi, ovviamente, la definitiva “resa dei conti”, con le sorti di chi è stato, nei panni dell’orco o di chi l’ha subito, coinvolto in questa cupa, tragica, pagina di cronaca nera d’Oltreoceano.

Conclusioni finali

Una docuserie true crime tra le più riuscite degli ultimi anni distribuite su Netflix, non tanto per la crudeltà di quanto racconta né per la comprensibile tensione in crescendo, ma per il modo in cui le riprese sono state realizzate.

Una coppia che si è infiltrata per anni in una comunità di fanatici religiosi, reduce dalla perdita di un leader prontamente sostituito da un nuovo millantatore, che soggiogava donne più o meno giovani, anche minorenni. Trust Me: il falso profeta disturba e indigna, ponendo domande scomode sulle istituzioni che avrebbero dovuto vigilare, restituendo al contempo la giusta voce alle vittime.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.