Road House, recensione (no spoiler) del remake con Jake Gyllenhaal su Prime Video

Road House

Elwood Dalton, tormentato ex lottatore dei pesi medi UFC, si guadagna da vivere sfruttando la sua temibile nomea nel mondo degli incontri clandestini, in seguito a un evento traumatico sul ring di qualche tempo prima, per il quale ancora non riesce a darsi pace. Una sera viene avvicinato da Frankie, proprietaria di un locale nella comunità delle Florida Keys, che gli offre un lavoro come capo buttafuori. Inizialmente titubante, Dalton accetta l’offerta. Al suo arrivo nella piccola comunità balneare, stringe amicizia con Charlie, una ragazzina che gestisce una libreria insieme al padre, e diventa ben presto popolare nella zona. Sotto la sua guida il bar, dove spesso avvenivano violente risse, rifiorisce, ma le mire di un potente boss locale rischiano di vanificare il suo lavoro. Elwood si troverà così ad affrontare un nemico potente, il quale ha anche assoldato una mina vagante nel tentativo di eliminarlo.

Road House: la strada di casa, la recensione

A trentacinque anni dall’originale che vedeva protagonista il compianto Patrick Swayze, ecco arrivare un remake annunciato da tempo ma sempre rinviato per un motivo o per l’altro. A vestire il ruolo di Dalton è questa volta Jake Gyllenhaal, che sembra ormai abbonato a ruoli muscolari, con il fisico scolpito sempre in bella mostra in questa storia che, se poteva andar bene negli anni Ottanta, ad oggi risulta anacronistica, e non soltanto a livello di pura messa in scena.
Il duro del Road House (1989) viene ricordato come un cult da chi cresciuto in quegli anni e si portava dietro quell’atmosfera unica tipica di quell’iconico decennio; non si può dire lo stesso di questo aggiornamento in forma (in)volontariamente caricaturale, a cominciare fin dalla scelta della nemesi che si trova ad affrontare il tormentato personaggio principale. A dargli filo da torcere nelle scene di combattimento troviamo infatti il noto campione di MMA Conor McGregor, una figura già sopra le righe nella vita reale e qui alle prese con un villain macchiettistico e fuori di testa, ennesimo tassello del tono scanzonato dell’operazione.

Botte da orbi?

Peccato che il potenziale divertimento venga spesso castrato proprio nella sua anima action, con gli scontri a mani nude che sembrano finti e i colpi che non “arrivano” allo spettatore, con aiutini qua e là del digitale per forzare il contatto fisico in maniera spesso irrealistica, annullando di fatto l’anima coreografica dell’insieme. Il regista Doug Liman è un onesto mestierante capace di ottimi lavori come The Bourne Identity (2002), primo capitolo della saga di spionaggio con Matt Damon, o il fantascientifico The Edge of Tomorrow (2014), ma qui non trova la giusta chiave di lettura, con quel mix tra violenza e ironia pseudo-demenziale che sfigura di fronte all’originale, non certo un film perfetto ma ancor oggi saldamente rimasto nel cuore e nella memoria del grande pubblico.

Conclusioni finali

Un remake finto e fin troppo leggero, incapace di aggiornare l’originale al nuovo millennio e costantemente indeciso sul tono da adottare, con personaggi di cartapesta che se la danno di santa ragione in un contesto esotico che fa molto anni ’80. Ma sole e mare non illuminano il nuovo Road House, con Jake Gyllenhaal che cerca di uscire dall’ingombrante ombra del compianto Patrick Swayze sfoggiando pettorali scolpiti e poco altro, trovando un avversario temibile in un improbabile Conor McGregor, che sembra un tutt’uno col suo folle personaggio. Un intrattenimento lungo, due ore davvero eccessive, nel quale le stesse sequenze d’azione risultano fasulle e anonime, in totale dissonanza con la godibile caciara dell’originale.

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