Tío Mochales è una società produttrice di formaggi che, dopo anni sulla cresta dell’onda, sta attraversando una fase di estrema difficoltà. Nel tentativo di rilanciare lo spirito di squadra che era andato perduto, i dipendenti vengono convocati per prendere parte a una gita fuori porta all’insegna del team building, organizzata nel piccolo paesino dove l’azienda è nata.
Tra i protagonisti di Grazie Team troviamo Olga, appena rientrata dalla maternità – ha lasciato il marito a casa coi bambini – e desiderosa di fare carriera, insieme a colleghi più o meno navigati che vedono in quell’excursus fuori porta un’occasione per potersi mettere in mostra con la direttrice. Ma quando si diffonde la voce, poi confermata, di una pesante riorganizzazione e di numerosi licenziamenti prossimi a venire, quello che doveva essere un modo per ricompattare il gruppo si trasforma in un palcoscenico di rivalità e colpi bassi.
Grazie Team: l’unione fa la forza? – recensione
Le attività di gruppo, dalle gare di bicicletta e kayak alla partita di scacchi umani, potevano dar vita ad una serie di gag divertenti inserite in una trama potenzialmente cinica e cattiva quanto basta, ma ciò che Grazie Team si limita a fare è cercare la facile risata, addolcendola qua e là con una dose di altrettanto scontata retorica. Questa commedia spagnola non riesce quindi a rendere la premessa un ideale campo di battaglia per mettere in mostra brutture varie e assortite, limitandosi a inscenare soluzioni fin troppo semplici che strizzano l’occhio a un pubblico senza troppe pretese.
I vari personaggi si ritrovano al centro di un caotico “tutti contro tutti” con l’obiettivo di conquistarsi il diritto a conservare il proprio posto di lavoro. Ma tra droghe somministrate a tradimento, spintoni e tranelli più o meno variegati, il risultato è assai discontinuo, e l’impressione che la storia proceda su un accumulo continuo di scenette ad hoc è palese, complice anche la caratterizzazione assai caricaturale delle varie figure in ballo.
Dietro e davanti lo schermo
Il regista Diego Núñez Irigoyen, al suo esordio in un lungometraggio dopo un paio di esperienze seriali, cerca di gestire il cast a disposizione come meglio può, sfruttando le peculiarità dei vari lavoratori: da chi ormai anziano teme di essere il primo a dover salutare alla mamma stressata, fino alla coppia gay che nasconde la relazione perché teme conseguenze.
Nonostante le differenze, hanno tutti le motivazioni per cercare di dare il meglio, in vista di un futuro quanto mai incerto che prova a riflettere sul moderno mondo del precariato. Ma la sceneggiatura non è mai abbastanza lucida o decisa nell’intercettare le storture del lavoro contemporaneo, con gli spunti sociali che rimangono inespressi in favore di una farsa assai scarica.
Davanti alla macchina da presa troviamo una discreta varietà, con i ruoli chiavi affidati a due attrici conosciute del cinema iberico come Alexandra Jiménez e Maribel Verdú, ma la simpatica nevrosi che scaturisce dalle interpretazioni mal si adatta a una confezione eccessivamente lineare.
Conclusioni finali
Al giorno d’oggi il lavoro non è più una certezza e bisogna tenerselo il più stretto possibile. In Grazie Team un progetto di team building aziendale si trasforma in una battaglia senza esclusione di colpi quando si scopre che di lì a poco avrà inizio una serie di spietati licenziamenti. Coming-out, maternità e full-time, anzianità e così via sono tutti temi che vengono introdotti come spunti, mai esplorati con cognizione di causa.
Ecco così che Grazie Team abbandona una satira che avrebbe potuto essere piacevolmente corrosiva prediligendo toni leggeri e superficiali, nella speranza di intercettare un range più ampio di pubblico. Ma così facendo il film e i suoi personaggi perdono di interesse minuto dopo minuto, fino a quell’epilogo che rende pressoché vano quanto mostrato in precedenza.









