The Bear, la recensione – no spoiler – della serie TV in streaming su Disney+

the bear

The Bear è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Nessuno la attendeva eppure il suo impatto è stato fortissimo. La crea Chrisopher Stoller e viene inizialmente lanciata su Hulu, salvo poi arrivare in Italia grazie a Disney+. E in poco tempo riesce a far parlare di sé, a raccogliere un ampio consenso grazie alla capacità di utilizzare uno dei temi sempre più ricorrenti in film e serie TV, ovvero quello della cucina, come motore per analizzare diversi temi: l’elaborazione di un lutto, la depressione, lo stress di un ambiente di lavoro tossico, la capacità di relazionarsi con famiglia e colleghi.

La trama di The Bear

Carmy (un fenomenale e premiato per il ruolo Jeremy Allen White) è un giovane chef del mondo dell’alta cucina. Dopo il suicidio del fratello maggiore, che ha lasciato solo debiti e una lunga serie di questioni irrisolte, Carmy cerca di lavorare in una cucina fatiscente insieme a una brigata indisciplinata che si rivelerà diventare, pian piano, una sorta di nuova famiglia.

Carmy lotta per trasformare sia sé stesso che The Original Beef of Chicagoland, la paninoteca italiana di famiglia, in una versione migliore di quanto entrambi non fossero prima di incontrarsi. La strada è dissestata e le cose sono sempre pronte per mettersi di traverso, complice la presenza di personaggi esuberanti come il cugino Richie (Ebon Moss-Bachrach), ma il tempo e un faticoso percorso di accettazione aiuteranno Carmy e chi è attorno a lui a diminuire le distanze.

Perché guardare The Bear

Gli otto episodi della prima stagione di The Bear, che oscillano dai venti ai quaranta minuti, seguono l’andamento anarchico della scombinata cucina in cui Carmy è finito per ritrovarsi. La sua è una crociata: dopo la morte del fratello sente il dovere di raddrizzare le sorti di quel locale in apparenza senza speranza. Il suo metodo di lavoro è preciso, meticoloso, concentrato anche nel momento in cui la pressione si fa insopportabile. Chi lavora con lui è invece abituato ad altri ritmi, ad altre prospettive, ad un altro tipo di autorità.

Ma il caos in cui The Bear immerge dal primo momento è solo l’anticamera di un vuoto lasciato a risucchiare tutto quanto. La cucina, come appunto sempre più spesso accade nei prodotti audiovisivi degli ultimi anni, è un luogo angusto ed affollato dove si accatastano dolori e vengono repressi sentimenti. E’ uno spazio che assolve al ruolo di una scatola che comprime e nasconde, dove tutto si schiaccia e si fa incomprensibile fino ad arrivare al punto di una ebollizione incontrollata.

Carmy elabora il suicidio del fratello, che appare su schermo solo per pochi istanti a serie già inoltrata. Lo elabora lentamente, mentre la regia fa calco dei suoi pensieri che vengono sovrastati dalle urla e dall’anarchia di chi come lui si è ritrovato orfano di una figura così compattante, che capiamo esserlo stata in primis, appunto, dal disastro che la sua assenza ora ha lasciato.

The Bear, perché non guardare la serie

The Bear è davvero una piccola serie evento. Ha conquistato un posticino nel cuore degli spettatori in maniera quasi silenziosa, senza scalpitare. E’ un lavoro che scava nei personaggi facendoli collidere uno addosso all’altro, portandoli a contrasto nel mezzo di un turbinio in cui Carmy cerca di tenere salde le redini nonostante anche lui stia cadendo a pezzi.

Una serie che fa, soprattutto, affidamento sulla bontà delle performance dei propri interpreti. White e Moss-Bachrach sono senza ombra di dubbio quelli che spiccano su tutto e tutti, ma anche la Sydney di Ayo Edebiri è peso di una bilancia sbilenca che è difficile da equilibrare. Ognuno contribuisce a movimentare un piccolo cosmo dove le stelle brillano sempre più debolmente, dove si parla molto ma spesso si dice poco, dove i non detti rimangono stretti tra i denti fino a quando ogni cosa deve andare in fiamme per far sì che si possa ricominciare, finalmente, daccapo. Guardatela.

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