Sultana, il melodramma turco tra corpi in vendita e anime da salvare – Recensione

Sultana

Meral, conosciuta con il nome d’arte di Delizia Turca, è la star più importante del Sultana, esclusivo night club di Istanbul del quale è ormai una vera e propria celebrità. Lavora lì da molti anni, è la leader del gruppo di ballerine / stripper e conosce assai bene le regole non scritte di quel microcosmo in bilico tra legalità e criminalità. Lei è la stella, amata dagli uomini e irraggiungibile, ma tutto potrebbe ora cambiare.

La protagonista sa bene che il tempo passa e prima o poi arriverà qualcuna più giovane e affascinante, destinata a prenderne il posto. Consapevolezza che si insinua ulteriormente dopo che Anna, una ragazza di origini bielorusse, viene assunta nel locale e sin da subito colpisce tutti per la sua bellezza innocente. Meral decide di prenderla sotto la propria ala e di insegnarle i segreti del mestiere, ignara di come quel rapporto segnerà le esistenze di entrambe.

Sultana, di nome e di fatto – recensione

Sin dal prologo con la musica e il fisico slanciato di Tuba Büyüküstün che si esibisce in spettacolari e voluttuosi numeri di lap dance, il film turco mette in chiaro la sua impronta narrativa, sulla quale si focalizzerà poi tutto il resto. L’anima melodrammatica tipica delle produzioni provenienti da suddetti lidi galoppa velocemente nel racconto, con traumi di piccola o maggior entità a far capolino in questo amaro ritratto femminile ai margini della società.

Il regista Ali Kemal Güven rende il night club non soltanto l’ambientazione principale, ma una sorta di palcoscenico pulsante e quasi vivo, un luogo dove le luci stroboscopiche, i costumi attillati e la musica sono sfondo ideale per questa danza di anime e corpi. Sultana è una favola adulta – e a tal riguardo il sogno/incubo a tema Biancaneve è alquanto esplicativo – nel quale la ricerca di riscatto o di indipendenza va incontro a logiche brutali, con il lieto fine che non è affatto assicurato per le varie figure femminili in gioco.

L’occhio vuole la sua parte

In una sorta di parallelismo non forzatamente voluto, l’estetica supera la sostanza, con la bellezza delle immagini e la sinuosità delle esibizioni che non trovano adeguato supporto da una sceneggiatura che sembra limitarsi a uno stanco riciclo di situazioni più o meno strappalacrime. I sussulti di denuncia sociale che fanno pur capolino qua e là si risolvono in soluzioni improbabili, e lo stesso legame tra i due personaggi principali, modellato sul canonico legame tra “allieva e maestra”, finisce ben presto per cedere a diverse inverosimiglianze.

Sultana tende a rendere eccessivamente esplicito ciò che sarebbe stato più interessante suggerire, con i dialoghi che dicono anche troppo e la caratterizzazione dell’universo maschile figlia di stereotipi, positivi o negativi che siano: dal cliente che si innamora al magnaccia spietato e così via, gli uomini fanno una serie di “figuracce” assortite.

Il racconto mette sul tavolo il tema della rivalità in un contesto dominato dal malaffare e dalla violenza, affidandosi ad un accumulo di situazioni scomode che a un certo punto finisce per annoiare, con le due ore di visione che appaiono ingiustificate per una trama principale che si era esaurita assai già molto tempo prima.

Conclusioni finali

Un melodramma a sfondo sexy che racconta le vite di alcune ballerine di lap dance di Istanbul, che lavorano al Sultana, il locale che dà il titolo al film. Una veterana e una giovane promessa cercano di trovare il proprio posto nel mondo, un mondo dominato da tossicità e violenza dove le vie d’uscita sono ridotte al lumicino.

La sceneggiatura accatasta idee alla rinfusa, spingendo a più riprese sull’eccesso tragico, nella rappresentazione di quest’universo femminile ingabbiato da una realtà di maschi padroni. Se dal punto di vista estetico offre qualche passaggio accattivante, con i numeri sul palco ben realizzati, sul piano narrativo si smarrisce invece nell’addensarsi di sventure.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.