Stefano Nazzi su Sky con “Nazzi Racconta”: “La cronaca nera non è spettacolo, ma un modo per capire le dinamiche umane” – Intervista

stefano nazzi

Stefano Nazzi torna a raccontare il lato più oscuro della realtà con Nazzi Racconta, un progetto che indaga i meccanismi del branco, la perdita del senso di responsabilità individuale e il modo in cui nascono certe dinamiche collettive. La docuserie andrà in onda Venerdì 29 e sabato 30 maggio alle 22.30 su Sky Crime, alle 22.50 su Sky Documentaries e in streaming su Now e sarà incentrata sul caso di Desirée Piovanelli, che nel 2002 sconvolse tutta l’Italia.

Intervista a Stefano Nazzi

Noi di SuperGuidaTV, abbiamo intervistato il giornalista e autore durante gli Inclusion Day di Sky, e con lui abbiamo parlato sul rapporto tra cronaca nera e spettacolarizzazione, sull’impatto emotivo dei casi che coinvolgono giovani vittime e sulla necessità di restare sempre ancorati ai fatti. Un confronto intenso e lucido, che prova ad andare oltre il semplice racconto del male per interrogarsi sulle sue radici più profonde.

Benvenuto su SuperGuidaTV, Stefano. Siamo qui per presentare Nazzi Racconta. Il filo conduttore sembra essere la dinamica del branco: cosa le interessava approfondire di questo meccanismo?

“Quello che ci interessava approfondire è il fatto che, spesso, nelle dinamiche di queste storie accade qualcosa di molto particolare: singolarmente, molte di queste persone probabilmente non farebbero mai ciò che invece fanno all’interno del gruppo. È come se il branco portasse quasi a un annullamento del senso di responsabilità individuale. Avviene una sorta di deresponsabilizzazione collettiva, in cui tutti si sentono parte di qualcosa di più grande e le colpe sembrano quasi annacquarsi. Ma naturalmente non è così”.

Racconterai anche il caso di Desiree Piovanelli, che ha sconvolto l’Italia. Cosa emerge oggi, riguardandolo con il distacco del tempo?

“Spesso, quando si raccontano casi di cronaca, si rischia di cadere nella spettacolarizzazione. Io cerco invece di restare sempre ancorato ai fatti, a ciò che è verificato, concreto e oggettivo. Lascio da parte tutto quello che è fantasia, fantacriminologia o castelli costruiti intorno alle storie”.

Cosa cambia nel raccontare queste vicende in televisione rispetto al podcast Indagini?

“Cambia molto. Il podcast è uno strumento eccezionale per la narrazione, ma la televisione aggiunge un elemento fondamentale: le immagini. Poter vedere i luoghi, i volti, gli sguardi delle persone coinvolte rende tutto più immersivo e in qualche modo più completo”.

Le capita mai di sentirsi emotivamente coinvolto dai casi che racconta?

“Sì, certo. Però cerco sempre di stare due passi indietro. Io non sono il protagonista della storia: sono quello che la racconta”.

Raccontare vittime così giovani come Desiree Piovanelli o Federico Aldrovandi comporta una responsabilità ancora maggiore?

“Le storie che riguardano persone molto giovani colpiscono inevitabilmente di più. Non so se comportino una responsabilità maggiore rispetto ad altre, ma certamente hanno un impatto emotivo più forte su chi racconta e su chi ascolta”.

Il pubblico sembra molto attratto dalla cronaca nera negli ultimi anni. Secondo lei perché abbiamo bisogno di confrontarci con il male?

“Perché siamo molto interessati a ciò che percepiamo come vicino a noi. Ci colpiscono le storie che riguardano persone che ci assomigliano, famiglie simili alle nostre, comunità che sentiamo vicine. Cerchiamo di capire perché certe cose accadono, forse anche per provare ad averne meno paura”.

C’è un caso che ancora oggi non riesce a togliersi dalla testa?

“No, devo dire di no. Però tutte le storie che ho raccontato lasciano sempre qualcosa”.

Dopo tanti anni di racconti, ha trovato una risposta alla domanda: come nasce il branco?

“No. Credo siano dinamiche che accompagnano l’umanità da sempre. La vera domanda è perché, a volte, i gruppi perdano completamente quel senso del limite e del confine che invece dovrebbero mantenere”.

Qual è il caso italiano che l’ha sconvolta di più?

“Ce ne sono tanti. Sicuramente i casi che riguardano i bambini restano più impressi, perché colpiscono le persone più indifese. E inevitabilmente sono quelli che segnano di più chi racconta, chi ascolta e chi legge”.

Un’ultima domanda: cosa vorrebbe che il pubblico percepisse dopo aver visto Nazzi Racconta?

“Vorrei che passasse l’idea che non si tratta di uno spettacolo. Non è intrattenimento. È piuttosto un tentativo di approfondire dei fenomeni, di comprendere delle dinamiche e dei meccanismi. Non ho risposte definitive, ma credo sia importante continuare a cercarle”.