Paolo Jannacci contro l’autocensura: “Un artista deve essere libero anche di sbagliare. In ‘Scimmie ovunque’ parlo delle nostre paure per trovare una via d’uscita” – Intervista

Paolo Jannacci
PH Galbiati

Ironia, musica e uno sguardo lucido sulla società. Paolo Jannacci torna con Scimmie ovunque, il nuovo album di inediti in uscita il 16 ottobre, un progetto pop-cantautorale che attraversa storie quotidiane, sentimenti, critica sociale e riflessioni sul nostro modo di stare al mondo. Undici brani nei quali l’artista affronta anche temi complessi attraverso quella cifra ironica che da sempre contraddistingue il suo modo di raccontare la realtà. 

Ad anticipare il disco è Politically Topless, realizzato con Elio, una canzone che mette al centro il tema dell’autocensura e della paura di dire ciò che realmente pensiamo. Nel nuovo album c’è anche un legame particolarmente intenso con Enzo Jannacci, attraverso Due gelati, brano del padre che Paolo ha scelto di reinterpretare per restituirgli quella luce che, secondo lui, meritava. 

Intervista a Paolo Jannacci

In questa intervista Paolo Jannacci racconta la genesi di Scimmie ovunque, il significato delle sue “scimmie”, il rapporto con l’ironia, la collaborazione con Elio e Stefano Massini, il ricordo del padre e il desiderio di continuare a raccontare l’uomo, con le sue fragilità, i suoi errori e le sue contraddizioni.

Paolo Jannacci, benvenuto su SuperGuidaTV. Partiamo dal tuo nuovo album, Scimmie ovunque. Come è nato questo progetto e, soprattutto, da dove arriva questo titolo?

L’album nasce non tanto da una ragione precisa, quanto da un desiderio di racconto. Questa è la cosa fondamentale: la voglia di raccontare delle storie che sono venute in mente durante tante telefonate, tanti racconti e discorsi surreali fatti con il mio amico Paolo Re, che ha firmato quasi tutti i brani e con il quale ho condiviso tutto questo cammino. Mi ha seguito pazientemente, forse anche troppo, in tutto questo percorso.

All’inizio volevo raccontare quello che non mi convinceva, quello che non mi piaceva nella visione della mia città e della nostra società. Avevo quasi immaginato un titolo provvisorio: “Guardo, ma quello che vedo non mi piace assolutamente”. Poi, fortunatamente, le cose migliorano, si schematizzano, si scremano e alla fine ci è venuta in mente questa antropomorfizzazione delle nostre paure e dei nostri fantasmi nel primate da cui ci siamo evoluti.

C’è il terrore di poterci involvere ancora, di tornare a essere delle scimmie. Le scimmie mi fanno ridere, ma allo stesso tempo mi fanno paura, perché rappresentano quell’istinto animalesco che a volte non riesci a frenare. E quindi Scimmie ovunque: scimmie che riguardano un po’ tutti i miei fantasmi, tutti i miei pensieri negativi e il nostro rapporto con il negativo. L’obiettivo è cercare comunque una soluzione o suggerire qualcosa a chi ascolta.

Nel disco affronti anche temi difficili. L’ironia è la tua chiave per raccontarli?

Dipende dall’artista. Io non credo di essere mai stato particolarmente bravo nell’essere un grande poeta capace di emozionare attraverso la pura malinconia o attraverso la forza lirica della paura, come hanno fatto tanti poeti che abbiamo studiato. Io ho quest’arma dell’ironia, che mi permette di raccontare anche temi difficili. Se affrontati con una certa dose di cinismo e di ironia, è possibile parlarne e cercare comunque una via di fuga, oppure provare a migliorare una situazione, a rimettere a posto le cose.

Mi piacerebbe che succedesse questo: che uno di noi facesse un grande esame di coscienza, una grande autocritica e riuscisse a fermarsi per una manciata di secondi, per capire quali sono davvero le cose fondamentali per la nostra evoluzione e per il nostro stare bene insieme agli altri. Non possiamo cancellare gli altri dall’equazione. Viviamo in una società, siamo animali sociali. Non siamo delle singolarità isolate. La domanda è: come facciamo a vivere bene insieme agli altri? Non certo ammazzandoli.

L’istinto primordiale è quello della guerra, quello di combattere per il cibo, per il benessere, per qualsiasi cosa. Ma secondo me non è questa la direzione in cui l’evoluzione può essere favorevole all’essere umano. È piuttosto un’evoluzione verso la collaborazione. Ecco perché le scimmie sono sempre in agguato.

Nel disco ci sono due collaborazioni particolarmente importanti: quella con Elio e quella con Stefano Massini. Come sono nate?

La prima è una collaborazione che ormai possiamo definire “antica”, visto che sono passati quasi due anni e questo mi fa ridere. Nel 2024 abbiamo avuto la fortuna di poter scrivere insieme al maestro Maurizio Bassi e a Stefano Massini un brano dedicato alle morti sul lavoro, alle cosiddette morti bianche.

È un brano che mi piaceva molto realizzare. Io già con mio padre, quando volevamo dedicare qualcosa al mondo del lavoro, suonavamo La costruzione, un brano di Chico Buarque, molto bello, emozionante e struggente. Sentivo però che mancava un brano italiano di riferimento. Mi ha fatto quindi molto onore essere invitato da Amadeus a Sanremo e poter condividere quel momento con Maurizio Bassi e Stefano Massini. È stato un grande fiore all’occhiello del mio percorso.

E poi c’è il brano con Elio, che è diventato il singolo che anticipa l’album: Politically Topless. Nasce dall’idea di suggerire a chi ascolta una parola e lasciare che ognuno costruisca la propria idea, il proprio film. Eravamo al supermercato con Paolo Re e abbiamo pensato: facciamo un brano in cui citiamo parole a caso e ognuno si costruisce il proprio tessuto connettivo all’interno della canzone.

Partiamo dalla spesa: maionese, latte intero… Poi iniziano le domande: “Possiamo dire questa cosa?”. “Meglio di no”. “Possiamo dire quest’altra?”. “No”. “Posso dire bianco?”. “No”. “Posso dire nero?”. “No”. “Posso dire donna?”. “No”. “Posso dire duomo?”. “No”. Alla fine non puoi dire nulla. A quel punto abbiamo pensato: invitiamo un ospite che possa reggere questo gioco. E così è arrivato Elio.

Il brano affronta quindi anche il tema dell’autocensura e del politicamente corretto. Quanto ti preoccupa oggi la libertà di espressione artistica?

Mi preoccupa il fatto che un artista non possa sentirsi libero già nella fase più intima della scrittura, quando deve semplicemente pensare, guardarsi dentro e scrivere qualcosa. Mi capita di vedere artisti giovani che non fanno nessuna autocensura, ma che magari convogliano la propria scrittura verso una volgarità volutamente estrema e senza un messaggio importante. Una volgarità fine a se stessa, spesa per niente, diventa controproducente. È un errore su un errore. Quello che mi dà particolarmente fastidio è non poter essere liberi nemmeno nella scrittura.

Io arrivo da produzioni come quelle che facevo con mio padre, dove invece lui aveva una libertà totale. Intorno al 2000 gli chiedevo: “Senti, questa cosa la possiamo dire?”. E lui rispondeva: “Certo, è la verità”. La cosa drammatica, diceva, sarebbe stata raccontare una bugia. Ecco, lì l’artista diventa negativo soprattutto per l’ascoltatore e per la società. Se dici la verità, non dovresti avere paura di nulla. Invece oggi abbiamo paura anche di dire la verità.

Hai accennato a tuo padre. Nel disco c’è Due gelati, una sua canzone. Che cosa significa oggi per te cantare un suo brano e inserirlo in un tuo album?

Da quando è mancato ho sempre sentito la necessità di non dimenticarmi di lui e soprattutto di non dimenticare i brani che avevamo fatto insieme, quelli che avevo scoperto, visto nascere o rinascere. Ho sempre sentito il bisogno di raccontare e cantare le canzoni di mio padre. In questo caso, Due gelati era una canzone di cui lui era molto orgoglioso. Gli piaceva talmente tanto che avrebbe voluto affidarla a un interprete che potesse portarla a un grande successo, magari a Sanremo o in radio. 

Poi, da artista egoista, siccome gli piaceva tantissimo, se la tenne per sé. Il suo grande rimpianto fu proprio quello: averla tenuta e alla fine non averla data a nessuno. È rimasta sconosciuta, quasi dimenticata. È uno di quei brani che invece mi sono sempre rimasti nella memoria: le immagini, le melodie. Mi è sempre piaciuta tantissimo e ho pensato che questo fosse il momento giusto per farne un omaggio. Cerco sempre di rendere omaggio a mio padre nei miei dischi, ma questa volta volevo dare a quella canzone la forza e la dignità che meritava.

Purtroppo può capitare, nella musica come in tante altre produzioni, che alcuni brani vengano dimenticati o non considerati. È successo anche a mio padre. Ci vuole orecchio, per esempio, doveva essere un musical e il disco avrebbe dovuto chiamarsi Musical. Poi, insieme a Gino e Michele, decise che il titolo sarebbe stato Ci vuole orecchio e tutto il resto è finito un po’ in secondo piano. Anche lui aveva provato a riproporre alcuni brani, ma magari non funzionavano come sperava e finiva per odiarli. Sono quelle canzoni bellissime che, per una serie di fattori, rimangono nascoste.

Per Due gelati ho affidato la produzione a Emiliano Bassi, che ha realizzato un arrangiamento pop straordinario, quasi alla Leon Michels. Secondo me ha fatto un capolavoro. L’ho cantata con un desiderio e una voglia enormi e spero che piaccia anche a chi la ascolterà.

Tuo padre oggi avrebbe qualcosa da dire sull’Italia che racconti in Scimmie ovunque? Cosa lo farebbe arrabbiare di più?

Forse innanzitutto mi direbbe: “Beh, insomma, hai fatto un discreto lavorino”. E poi: “Adesso vai avanti così”. Per lui tutto era un punto di partenza. Credo che gli avrebbe fatto arrabbiare soprattutto questo desiderio, da parte di tutti noi, di non nascondere più il nostro egoismo, ma quasi di ostentarlo. Cercare di passare sopra gli altri per arrivare non si sa bene dove, per varie ragioni e condizioni. L’egoismo a scapito della fratellanza, a scapito del rispetto verso gli altri.

Tutti abbiamo dentro questo sentimento, questo modo di porci. Però dobbiamo cercare in tutti i modi di combatterlo. Io sono il primo grande peccatore di questo pianeta, ma mi accorgo che a volte basta un momento di riflessione. Se vedi un signore fermo con la macchina che cerca di parcheggiare, magari con la moglie che non riesce a girare il volante, puoi pensare: “Vabbè, ci sarà qualcuno che lo aiuterà”. Ma se tutti pensiamo così, nessuno si ferma.

Mi è capitato proprio ieri. Ho visto una signora in difficoltà e mi sono fermato. Poi è arrivata un’altra persona, abbiamo spinto insieme la macchina. Ci ha messo tutta la buona volontà del mondo. Ecco, l’unione fa la forza. E alla fine ti senti meglio anche dopo una stupidata del genere.

Hai raccontato spesso di aver imparato da tuo padre a “raccontare la tristezza”. Qual è la lezione di Enzo che senti più presente nel Paolo Jannacci di oggi?

Mio padre ha cercato sempre di insegnarmi che i lavori e le persone che facevano lavori apparentemente più umili erano quelli più importanti, quelli che non dovevi trattare con superiorità o indifferenza. Forse questo è stato l’insegnamento più importante che ho ricevuto da lui.

E poi c’è stato il fatto di poterlo vedere come medico, non soltanto come artista. La sua vera vocazione era quella. Era un vero medico. Che poi abbia esercitato con una certa regolarità o meno, questo è un altro film, ma quella vocazione c’era.

Quello che mi colpiva era il suo modo di guardare dentro l’uomo, di porre l’uomo al centro, quasi come nel Rinascimento. Cercava di vedere l’essere umano con tutte le sue pecche, i suoi problemi, le sue mancanze, i suoi lati negativi. Saper scavare dentro l’anima e raccontarla è probabilmente la cosa che mi ha influenzato di più.

E poi essere molto diretto. Non c’è una battuta specifica che mi viene in mente, perché potrebbero essercene tantissime, ma forse la capacità di essere meno “diagonale” e più diretto verso qualcuno quando pensi che non stia facendo la cosa giusta.

Lui aveva una forza che io ancora non posso avere: la grande esperienza. Aveva visto la guerra, aveva vissuto una vita molto intensa, era stato medico e aveva visto le persone anche da un punto di vista fisico e umano, non soltanto emotivo. Quindi poteva permettersi di essere molto diretto.

Quanto è stato difficile essere il figlio di Enzo Jannacci e costruire una tua identità artistica in un ambiente così importante?

Non è stato difficile, perché abbiamo avuto due carriere diverse e ce lo siamo detti subito. Lui era l’artista, il genio. Io ero il produttore, il musicista, il suo alter ego, il suo confidente. Quando sono diventato produttore, sono diventato anche il suo traduttore. Le nostre strade si sono quindi divise abbastanza naturalmente.

Poi, intorno al 2014, ho cominciato a utilizzare la voce come elemento comunicativo. Ho fatto delle prove insieme alla mia band e ho chiesto ai ragazzi: “Ma come vi sembra?”. Il mio batterista mi ha risposto: “Paolo, te lo direi se fosse male, ma mi sembri Enzo giovane”. E allora ho deciso di andare avanti. Ho cominciato a seguire anche quello che aveva fatto mio padre quando aveva trent’anni. Certo, sono partito un po’ tardi.

Il mio vero disco di platino, però, è stato aver prodotto tutte le sue produzioni dal 1994 al 2013. A volte mi fermo e penso: “Ma cosa ho fatto? Ho davvero fatto qualcosa?”. Poi mi ricordo che ho prodotto un album, poi un altro, poi un altro ancora… e alla fine erano sette.

Aver seguito per così tanti anni un artista come Enzo, come papà, mi ha dato tantissime soddisfazioni.

Hai attraversato jazz, teatro, canzone d’autore e televisione. Che cosa ti spaventa oggi di questo mestiere?

Devo essere sincero: non mi spaventa. Se c’è una cosa che non mi spaventa di questo mestiere è proprio il mestiere stesso. Anzi, penso che diventi una parte autorevole e fondante della comunicazione e del lavoro.

La gavetta, tutto quello che hai creato e imparato in decenni di studio, a un certo punto lo metti al servizio di un ascolto piacevole, di una serata che fai passare bene a un pubblico, di un concerto fatto di musica, canzoni, racconti e interpretazioni.

È molto piacevole lavorare, anche quando fai tanti sforzi per trovare una data, raggiungere un posto, fare in modo che tutto sia perfetto per la serata e poi tornare a casa pensando di aver fatto qualcosa di onorevole e, spero, anche autorevole.

Non mi spaventa quasi nulla, forse perché ho fatto talmente tante cose e ho lavorato talmente tanto, rischiando anche tanto, che oggi so abbastanza bene come muovermi, cosa raccontare e quali sono le regole del gioco. Poi puoi osare più o meno, ma sei sempre al servizio di chi ti ascolta. Il pubblico ti concede il suo tempo per ascoltarti e tu devi onorare quel tempo.

Veniamo a Due gelati. Ti sarà capitato di mangiare un gelato con tuo padre. In quei momenti privati di cosa parlavate?

Di qualsiasi cosa potesse riguardare il nostro passato, la nostra famiglia, i problemi presenti in quel momento, le questioni quotidiane o qualcosa di più o meno grave che poteva essere successo.

Ma quando riuscivamo a prendere questi problemi in intimità, con grande ironia, a volte con emotività e a volte anche con cinismo, riuscivamo a superarli e magari a trasformarli in qualcosa di buono. Era una sorta di riflesso catartico: prendevamo il problema e cercavamo di attraversarlo insieme.

Il gelato l’ho preso con lui davvero poco tempo prima che mancasse. Per “poco tempo” intendo proprio poco tempo prima. Eravamo vicino casa, abbiamo fatto due passi e abbiamo chiacchierato. È stato bellissimo.

C’erano due sedie vicino al gelataio. Il fatto di sederci significava: “Adesso ci prendiamo un po’ di tempo e ci raccontiamo quello che ci sta succedendo. Magari troviamo anche una soluzione”. È un ricordo che mi si è sbloccato con grande intensità.

Qual è, secondo te, la cosa più bella che c’è dentro questo album e che non dovrebbe assolutamente mancare all’ascoltatore?

Secondo me La rosa e il fiorista. È una storia d’amore che abbiamo scritto verso la fine del percorso. È stato il penultimo brano che abbiamo scritto: l’ultimo è stato Scimmie ovunque con Paolo Re. Volevo un brano alto, una cosa bella, quasi un film. Secondo me non poteva mancare un racconto cinematografico come questo.

È una storia d’amore che mi colpisce molto. Alla fine lui e lei riescono a ritrovarsi dopo essersi persi. Ma si ritrovano solo lì, perché lei nel frattempo è morta. È una storia strana, triste, ma allo stesso tempo non è soltanto triste. La vita a volte prende una curva e cambia tutto. Lo vediamo nelle nostre famiglie, nelle nostre storie, nella vita di tutti i giorni. Però, alla fine, qualcosa si risolve. E questo è un brano che secondo me non poteva mancare.

Il disco, però, sembra diventare progressivamente più scuro. È una scelta precisa?

Sì. Tutti gli altri brani insieme fanno parte di questo combattimento contro un mondo distopico che ho molto presente. Dalla metà del disco in poi si vira verso un colore più nero, più scuro, più tetro, perché vuole essere anche una critica al fatto che noi tendiamo a vedere sempre le cose attraverso questa modalità negativa. E non dovrebbe essere così.

A un certo punto avevo fatto un video e mi sembrava quasi di aver girato un film. Avevo detto una stupidata: “Sole, aria, video”. E alla fine è uscito il video. Poi mi sono reso conto che le cose fondamentali per la vita di tutti noi sono proprio le più semplici. Respiri e ti nutri. Bevi. Mangi. Sono le cose basilari.

E secondo me questa è la cosa fondamentale: riuscire a suggerire, a raccontare anche le negatività, parlare delle nostre scimmie e, allo stesso tempo, trovare una soluzione. Ognuno di noi la trova in un modo differente. Però la trova.

Chiudiamo con una curiosità: cosa ti sei regalato con il tuo primo guadagno legato alla musica?

Se non sbaglio, ho comprato un expander o una tastiera musicale. Adesso non ricordo quale, perché poi ne ho comprate tante. Potrebbe essere stata una Roland GX10 oppure una Yamaha DX7 II. Una di queste due me la sono regalata io. È stato il modo di cominciare a costruire un archivio intorno a quella che era la mia passione e che poi si è trasformata in un lavoro. E comunque sono ancora in studio.

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Giornalista freelance e content creator, mi occupo di spettacolo, televisione, musica e cultura pop. Nel corso degli anni ha realizzato interviste e approfondimenti con protagonisti del panorama televisivo, musicale e cinematografico italiano, seguendo da vicino eventi come il Festival di Sanremo e le principali produzioni entertainment. Nel mio lavoro cerco sempre di raccontare storie e curiosità con uno stile diretto, autentico e vicino al pubblico.