One Mile: Chapter Two, un sequel superfluo – Recensione

One Mile Chapter Two

Ovvia premessa in apertura di articolo, chi non avesse ancora visto il primo episodio – di cui vi abbiamo parlato nella recensione di One Mile: Chapter One – farebbe meglio a non leggere quanto segue, in quanto ci troveremo ad affrontare gli eventi accaduti nel predecessore.

Predecessore che come vi avevamo premesso spalancava le porte a questo sequel realizzato back-to-back, mostrando come il villain fosse sopravvissuto e pronto a minacciare nuovamente la famiglia di Danny Beckett, ex militare pronto a tutto pur di salvare la sua famiglia. Quando la figlia Alex, ora al college, viene nuovamente rapita dal vendicativo Stanley Dixon e condotta sull’isola / comunità, toccherà allo stoico protagonista avventurarsi in una nuova, pericolosa, missione di recupero.

One Mile: miglio dopo miglio – recensione

L’originale era un titolo che poteva nascere e morire a sé stante, senza che quel forzato epilogo negasse di fatto alla sceneggiatura la sua natura autoconclusiva. E non a caso questa continuazione non è altro che un’anonima reiterazione di quanto già visto, con l’inverosimiglianza che fa ben presto capolino più che in passato. Perché in quest’occasione Danny non contatta le forze dell’ordine? Come fa l’antagonista a commettere ancora una volta i medesimi errori? Perché alcuni personaggi spawnano all’improvviso per complicare ulteriormente le cose?

Qui la narrazione chiede troppo e non offre risposte adeguate alle svolte e ai colpi di scena, lasciando che le stesse sequenze d’azione risultino prevedibili e scontate, con tanto di improbabile resa dei conti che mette a nudo le falle di una comunità chiusa, obnubilata dalle parole / leggi di un leader ormai sempre più fuori controllo e involontariamente caricaturale.

Come prima, meno di prima

One Mile: Chapter Two può tranquillamente essere definito come la seconda parte di una storia che non aveva bisogno di una seconda parte. Avanti e indietro, rivisitando i luoghi che avevano già fatto da spoglia ambientazione, in un congegno che gioco-forza ha ormai esaurito l’effetto sorpresa e si affida a soluzioni abusate. Ma la sana, ruvida, violenza del primo episodio è pressoché assente e anche le performance di Ryan Phillippe e C. Thomas Howell appaiono meno convincenti.

Il contesto rimane uno degli elementi più problematici. Nel primo film mistero che aleggiava dietro quest’isola fuori dal mondo, dove una sorta di moderna setta praticava il proprio credo, racchiudeva in sé diverse potenzialità, che qui restano totalmente inespresse. I vari membri che la abitano sono infatti dei manichini pressoché impalpabili e non basta il ripensamento del braccio destro del cattivo a giustificare il cieco seguito da parte di intere famiglie a logiche così assurde e inumane.

Il regista Adam Davidson pare conscio di avere in quest’occasione materiale più debole a disposizione e decide così di accelerare il ritmo, sacrificando però di rimando la tensione e la coerenza, con gli ottantaquattro minuti di visione che si esauriscono sì velocemente ma si dimenticano altrettanto in fretta.

Conclusioni finali

La caccia è riaperta in un sequel più superfluo che necessario, nel quale il malcapitato protagonista si trova a tornare nei luoghi del primo capitolo per salvare la figlia, nuovamente rapita dal redivivo villain, che già sapevamo essere sopravvissuto da quanto mostrato nell’epilogo del precedente episodio.

Ryan Phillippe continua a essere relativamente credibile nel ruolo di un eroe d’azione sui generis, ma la sceneggiatura di One Mile: Chapter Two offre poche sorprese e anche le sequenze più concitate e tensive appaiono sin troppo timide, unicamente destinate ad apparecchiare la tavola per la prevedibile e banale resa dei conti, che ha almeno il merito di chiudere definitivamente il cerchio.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.