Un uomo di mezz’età vaga tra i corridoi di un ospedale, presenza silenziosa mentre osserva l’arrivo di nuovi pazienti. Raggiunge la propria stanza con l’aiuto di un montacarichi e lì, sedutosi accanto al letto, contempla il proprio corpo immobile, in coma. È uno spirito intrappolato in un limbo, insieme ad altri malati che come lui attendono il proprio destino: risvegliarsi e tornare alla vita, oppure essere travolti da quel vento burrascoso che porterà via chi è destinato all’aldilà .
In Nonostante, questa routine paradossalmente rassicurante viene sconvolta dall’arrivo di una donna vittima di un incidente stradale, ricoverata proprio nella stanza un tempo occupata dal protagonista. Insofferente a ogni regola, scritta o tacita, di quel mondo sospeso, Lei rappresenta l’esatto opposto della sua tranquilla rassegnazione e spera con tutte le forze di tornare all’affetto dei suoi cari. Tra litigi iniziali e una crescente complicità , i due scopriranno che anche in quello stato di sospensione è possibile provare un sentimento travolgente quanto imprevedibile, capace di riportare indietro o di condannare per sempre.
Nonostante tutto l’amore vince sempre? – recensione
Sei anni dopo l’esordio con Ride (2018), che si interrogava sull’elaborazione del lutto da parte di chi resta, Valerio Mastandrea torna dietro la macchina da presa con un film che indaga il medesimo territorio tematico, stavolta indossando anche i panni del protagonista. Se nel precedente il punto di vista era quello di una vedova alle prese con un dolore insormontabile, qui il regista e attore romano cambia prospettiva, immergendosi nella zona di confine tra la vita e la morte, in quel limbo apparentemente vuoto che diventa invece corpo e soprattutto anima.
Un’opera che guarda a suggestioni del cinema orientale — viene in mente, tra gli altri, il Kore-eda di After Life (1998) — declinando il tutto in una forma più popolare ma non per questo meno riuscita, con trovate melodrammatiche sorprendenti e una verve fantastica che si tinge di inevitabile amarezza. La sceneggiatura, firmata a quattro mani con Enrico Audenino, tenta di dare forma visibile e narrativa a ciò che accade quando il corpo si dissocia dalla coscienza, quando ci si ritrova immersi in un’inconoscibile dimensione intermedia.
Insieme fino alla fine
Il coma diventa così metafora per parlare d’altro, senza mancanza di sensibilità ma anzi con momenti di autentica tenerezza e spontaneità nelle numerose sequenze ambientate nel reparto ospedaliero, dove persone in bilico tra la vita e la morte sono seguite quotidianamente da medici, infermieri e parenti affranti. Sin dai primi istanti si coglie la natura apertamente fantastica e surreale di Nonostante: tutti i personaggi principali — a eccezione della figura del medium-animatore — abitano questo limbo in cui i loro corpi giacciono immobilizzati a letto, mentre le coscienze vagano per l’ospedale come presenze ectoplasmatiche, invisibili alla quasi totalità dei viventi ma capaci di interagire tra loro e di sfruttare gli spostamenti del mondo terreno.
L’arrivo della coprotagonista interpretata da Dolores Fonzi rappresenta la vera svolta narrativa. Lei non accetta passivamente quella condizione, vorrebbe ribellarsi alle regole, pur non potendo nulla contro l’ineluttabile. È proprio da questo scontro di personalità che il film trova il suo cuore pulsante, trasformandosi in una storia d’amore tanto assurda quanto necessaria, pensata per colpire emotivamente il grande pubblico.
Conclusioni finali
Dedicato alla figura del padre Alberto, scomparso nel 2014, Nonostante è un’opera che parla della vita attraverso la morte: un film intenso e commovente che vede Valerio Mastandrea alternarsi con leggerezza tra registri e umori, concedendosi anche qualche virtuosismo stilistico non trascurabile, come suggeriscono gli accenni di piano-sequenza iniziali.
Una storia delicata e struggente che affronta temi cruciali — la morte, la vita come capacità di esserci davvero, il coraggio di accogliere le emozioni — in modo amabile e mai superficiale, costruendo un’atmosfera al tempo stesso giocosa e rispettosa. Dolcezza e amarezza convivono così in novanta minuti di visione, in quel limbo sospeso tra il prima e il dopo, tra un nuovo domani e la fine di tutto, che si colora di inattese sfumature.









