La trappola per topi, quando Topolino diventa un serial killer – Recensione

Trappola per topi

Alex, dipendente di un enorme sala giochi al chiuso di Ottawa, vorrebbe godersi in tutta tranquillità il proprio compleanno, ma si ritrova invece a dover lavorare per un turno serale insieme alla collega Jayna. Poco dopo il direttore Tim, ossessionato fin dall’infanzia dal mito del topo più famoso del mondo, ovvero Mickey Mouse, si lascia ipnotizzare da una proiezione casalinga in super8 di Steamboat Willie, corto d’esordio dell’iconico personaggio.

In Trappola per topi poco dopo l’inizio della visione il proprietario viene posseduto da una forza oscura e indossa una vecchia maschera da Topolino che conservava in una teca. Da lì comincia a dare la caccia al gruppo di amici di Alex, arrivati in loco per organizzarle una festa a sorpresa: tra sale giochi e luci stroboscopiche, i ragazzi dovranno cercare una via d’uscita prima che quell’implacabile killer li uccida uno dopo l’altro.

Trappola per topi: ne resterà soltanto uno? – recensione

Era già successo con Winnie the Pooh, trasformato in un brutale orso sanguinario nel franchise di Sangue e Miele dopo la scadenza del copyright, e ora tocca al roditore più famoso di sempre, ovvero quel Topolino che qui viene trasformato in uno spietato assassino. Alla base vi è per l’appunto il già citato cortometraggio degli anni Venti, sfruttato gratuitamente per dare inizio alla mattanza che caratterizzerà gli ottanta minuti di visione, titoli di coda inclusi.

Visione che si apre, già prima di quei credit dove poi compaiono le scene del film animato originale, con delle scritte in stile Star Wars a premettere come l’operazione non abbia nulla a che fare con Disney, che anzi si è sempre rifiutata di esservi anche solo lontanamente collegata. Una scelta comprensibile, giacché il film non è certo pensato per i bambini, ma per gli amanti delle stranezze e del weird, che pur potrebbero irritarsi non poco di fronte alla pochezza di quanto proposto.

Chi prima arriva…

Prodotto e realizzato in appena otto giorni di riprese nell’estate 2023, probabilmente per “arrivare prima” di chiunque altro, il film diretto da James Bailey non aggiunge nulla di davvero eccitante o rivoluzionario al genere dello slasher, limitandosi a seguire il classico intreccio archetipico senza nemmeno poter contare su effetti make-up degni di nota, con una violenza più suggerita che poi effettivamente mostrata su schermo.

Il problema di fondo è che il concept avrebbe potuto adoperare con più cattiveria e ingegno l’immaginario alla base. Lo sceneggiatore Simon Phillips, che veste anche i panni del villain sotto la maschera, si accontenta del minimo indispensabile, senza manco offrire una parodia della celebre “vocina squillante” o qualche vago riferimento più ampio al relativo universo di topolino. La storia si esaurisce così nell’idea, vista e rivista in centinaia di occasioni, di un individuo mascherato che rincorre ragazzi più o meno idioti all’interno di un centro commerciale.

Qualche scena potenzialmente intrigante, come quella che coinvolge un visore per la realtà virtuale, o il potere del cattivo di teletrasportarsi sono gestiti con eccessiva timidezza, e la stessa narrazione a ritroso tramite l’interrogatorio alla sola superstite – il pubblico sa quindi sin da subito il destino dei personaggi – non fanno altro che amplificare il senso di superficialità con cui La trappola per topi è stato messo in scena.

Conclusioni finali

Topolino in salsa horror, ma non ricordatelo a Disney che nulla ha potuto per impedire l’uscita di questo film a basso budget, che ha “beneficiato” della scadenza del copyright dell’iconico cortometraggio Steamboat Willie per nascere in fretta e furia come slasher a esso lontanissimamente “ispirato”.

La trappola per topi è una produzione povera di idee e contenuti, con la premessa archetipica di un killer – questa volta, per l’appunto, indossante la maschera dell’amato Mickey Mouse – che insegue e uccide un gruppo di ragazzi in procinto di festeggiare. Tutto già visto, con una sceneggiatura che non ha nemmeno la voglia di sfruttare davvero l’immaginario improvvisamente entrato nel pubblico dominio.