La sposa: la dolce metà di Frankenstein tra eccessi e grottesco – Recensione

La sposa!

Chicago, anni Trenta, in pieno periodo post-Proibizionismo, l’America è caratterizzata dalle bizze dei gangster, da ristoranti annebbiati dal fumo e da insegne al neon. In un Paese così paradossalmente febbrile si muove Frank – così si chiama ora il Mostro di Frankenstein – consumato dalla solitudine e dal bisogno di avere una compagna.

Proprio per questo in La sposa! si rivolge alla scienziata Euphronious chiedendole di creargliene una appositamente per lei. La vittima prescelta da resuscitare è Ida, una ragazza di strada che ha avuto la sfortuna di incrociare le persone sbagliate ed è rimasta uccisa in una caduta. Colei che viene riportata in vita non è però la docile compagna immaginata da Frank, bensì è una creatura furiosa e indomabile, in perenne contrasto con un mondo che non sa come contenerla e con quel tragico passato che ancora la tormenta negli annebbiati ricordi.

La sposa!: questione di stile – recensione

C’è qualcosa di profondamente coraggioso nel rifiuto da parte di Maggie Gyllenhaal – una fortunata carriera da attrice e qui al secondo lavoro dietro la macchina da presa dopo l’esordio con La figlia oscura (2021) – di addomesticare la propria visione alle esigenze di un blockbuster di genere. E così anche se il fallimento ha fatto un tonfo profondo, considerando anche il notevole budget di ottanta milioni di dollari per nulla ripagato dallo scarso exploit al botteghino worldwide, è difficile voler male a un film come La Sposa!, pur innegabilmente imperfetto.

Ci troviamo dichiaratamente davanti ad un pastiche, che mescola senza ritegno commedia nera, musical gotico, road movie criminale alla Gangster Story (1967), satira femminista. E, ovviamente, film di mostri in costume: non poteva essere altrimenti dato che il film altro non è che un liberissimo aggiornamento di La moglie di Frankenstein (1935), sequel folle e bizzarro che novant’anni fa ha voluto dare una compagna al leggendario mostro creato da Mary Shelley.

Voci, corpi vivi e morti

Mary Shelley che compare come una sorta di presenza e voce narrante, interpretata così come la sposa da Jessie Buckley, meritata vincitrice soltanto pochi mesi fa dell’Oscar come miglior attrice per Hamnet (2025). E che mette subito in chiaro le coordinate narrative e stilistiche di un film volutamente disomogeneo, roboante e ferale, che vive sugli eccessi e non si cura troppo di piacere al grande pubblico, ma nemmeno a quello prettamente cinefilo. Un’operazione bizzarra La sposa!, che si fa amare e odiare al contempo, che offre spunti in pari numero ai difetti, pregi di pari passo con le ingenuità.

A vestire i panni del mostro è un altrettanto irriconoscibile – ma forse non poi così tanto – Christian Bale, che cerca di imprimere compassione e goffaggine ad un ruolo destinato in ogni caso a lasciare spazio e campo libero alla sua scatenata protagonista, una punk ante-litteram rediviva fuori controllo e impossibile da contenere, nuova potenziale icona femminista di un mondo dark e deviato.

La seconda metà, quando si compie l’effettiva fuga on the road dei protagonisti, è quella più sbilanciata e caotica, che sembra quasi aver fretta per arrivare a chiudere il cerchio intorno a loro. Le atmosfere da noir del periodo risultano così appannate e la caccia da parte dei detective interpretati da Peter Sarsgaard e Penélope Cruz perde così di mordente, fino a quell’epilogo relativamente prevedibile che prova a rimettere tutto in discussione, senza aver ancora fatto i conti con la successiva delusione all’uscita in sala.

Conclusioni finali

Un oggetto difficile da classificare, curioso ed estremo, tragicommedia femminista in salsa mostruosa che rivisita il mito della compagna di Frankenstein con inventiva ma anche con eccessiva spregiudicatezza, tra momenti riusciti e altri profondamente sbagliati.

Sicuramente La sposa! non lascia indifferenti e questo è un pregio non da poco in un cinema commerciale che spesso ci propina blockbuster in serie tutti uguali, mentre un approccio così borderline a un franchise iconico va apprezzato almeno per il coraggio. Impossibile però non far notare anche le molteplici esuberanze frutto di un autocompiacimento, più o meno volontario, che emergono in questa narrazione tonitruante e in una messa in scena tanto affascinante quanto mal gestita.