Keeper – L’eletta, l’orrore si nasconde in una casa nel bosco – Recensione

Keeper - L'eletta

Liz e il fidanzato Malcolm si recano in una baita isolata di proprietà di lui per celebrare un anniversario, ma la donna è ignara dell’orrore che la attende tra quelle quattro mura immerse nel bosco. Fin dal suo arrivo la protagonista di Keeper – L’eletta comincia infatti a essere vittima di inquietanti allucinazioni e incubi, che non tardano a manifestarsi in modo sempre più ossessivo e spaventoso.

La situazione degenera definitivamente quando l’uomo, che lavora come medico all’ospedale cittadino, deve improvvisamente partire per assistere una paziente in fin di vita, lasciando Liz da sola per diverse ore. Il tempo trascorso lontano da Malcolm si tinge così di note inquietanti, legate anche alla misteriosa figura di una presunta custode e al cugino dell’uomo, che abita lì vicino e sembra nascondere qualcosa.

Keeper – L’eletta: gli scheletri nell’armadio – recensione

Vi sono diversi momenti in cui la casa smette di essere un mero palcoscenico e comincia a respirare di vita propria, quasi citando più o meno involontariamente il suggestivo discorso d’apertura del dramma candidato all’Oscar Sentimental Value (2025). Un richiamo continuo nel cinema di Oz Perkins e che si rincorre in molti dei suoi film, da Sono la bella creatura che vive in questa casa (2016) al recente successo di Longlegs (2024), dove gli spazi architettonici diventano mezzi ideali per veicolare il crescente orrore.

Un orrore che non entra dalla porta di casa, ma vi abita già dentro, in quelle fondamenta che nascondono segreti indicibili, spesso sepolti in un passato più o meno traumatico e con la miccia sovrannaturale quale innesco narrativo. Keeper – L’eletta non fa che riproporre le atmosfere rarefatte e nevrotiche in un’ottica fascinosa che si richiama più o meno indirettamente al folk horror, trascinandoci verso un atto finale amabilmente terrificante.

Questione di aspettative

Non è il jump-scare classico quello cercato, per quanto non manchino i sussulti nelle destabilizzanti visioni che la Liz di un’ottima Tatiana Maslany – alla sua seconda collaborazione col regista dopo The Monkey (2025) – si trova a materializzare davanti ai propri occhi, frutto della sua immaginazione o di un qualcosa di più drammaticamente reale a voi scoprirlo.

Un gioco di inganni che sfrutta solo lateralmente la passione per il vino da parte della protagonista, adducendo false piste che poi si risolvono in un’esplosione più tipicamente ultraterrena, richiamante suggestioni pagane in quel finale morbosamente disturbante e affascinante al contempo.

Va sottolineato come Keeper – L’eletta si prenda il suo tempo, forse anche troppo per chi cerca la scarica di adrenalina immediata, quello spavento facile e perché no anche divertente tipico di certi horror da gustarsi nelle serate estive. Qua ci troviamo davanti a un classico film da snow-burn, a carburazione lenta, dove l’attesa viene però ripagata da un epilogo ampiamente soddisfacente di vendetta al femminile, seppure con un’ottica antipatriarcale meno marcata e gratuita di molti titoli contemporanei.

Conclusioni finali

Si respira un che di piacevolmente anacronistico, in un’epoca dove l’horror ha spesso fretta di raccontarsi e di mostrarsi, nel modo in cui Oz Perkins si concede qui il lusso della lentezza. Un film d’atmosfera, con l’orrore che si insinua strada facendo, nelle crepe di una casa isolata dove il male si cela già dentro quelle mura che nascondono secolari segreti.

Keeper – L’eletta vive della simbiotica performance di Tatiana Maslany, che assimila e si fa assimilare da questa baita che diventa paradossale prigione, in un crescendo di tensione sotterranea che trova ampiamente soddisfazione in quel finale da folk horror capace di regalare gradevoli suggestioni a tema, tra make-up inquietanti e ritornanti riti arcaici.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.