Sergio Castellitto è il volto principale di “In Utero”, la nuova serie che debutterà su HBO Max l’8 maggio. Il progetto, ideato da Margaret Mazzantini e diretto da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sarcinelli, ruota attorno al tema del desiderio di avere un figlio e alle vite che si intrecciano all’interno di una clinica per la fertilità situata a Barcellona. Castellitto interpreta Ruggero, medico e fondatore della struttura “Creatividad”, centro specializzato in fecondazione assistita. Al suo fianco lavora Angelo, embriologo interpretato da Alessio Fiorenza, figura chiave nel percorso scientifico della clinica. Nel cast figura anche Maria Pia Calzone nel ruolo di Teresa, amministratrice e moglie di Ruggero, insieme a Dora, che si occupa dell’assistenza ai pazienti. Attorno a loro si sviluppa un’umanità varia, composta da persone con storie, identità e condizioni diverse. Tutti però condividono lo stesso obiettivo: diventare genitori. La serie mette in luce il complesso intreccio tra scienza, emozioni e scelte personali. Attraverso queste vicende, affronta le difficoltà spesso poco raccontate legate alla fertilità e alla ricerca di un figlio.
“In Utero”, intervista esclusiva alla regista Maria Sole Tognazzi e a Sergio Castellitto
Noi di SuperGuida TV abbiamo video intervistato in esclusiva la regista Maria Sole Tognazzi e Sergio Castellitto. L’attore interpreta Ruggero, un uomo ma anche un medico che lavora tutti i giorni sul confine tra vita e possibilità: “Ruggero è un medico, ma prima ancora è un uomo, e la vita si incaricherà di ricordargli che non basta essere un ottimo professionista: dietro al medico c’è sempre una persona, con un passato e delle azioni che, col tempo, tornano a presentare il conto. Per questo è un personaggio che mi suscita molta tenerezza. In generale, i maschi mi fanno tutti un po’ tenerezza, anche quelli meno brillanti. Non lo dico per provocazione: sono stato cresciuto dalle donne, da madri e sorelle, mentre le figure maschili in casa erano spesso un po’ ingombranti, anche se ci volevamo bene. Il mondo femminile, invece, nella sua dimensione quotidiana e affettiva, è stato centrale nella mia formazione, e questo ha costruito in me una forte capacità di ascolto. Riconosco questa stessa dinamica anche nei personaggi della serie: la vera forza motrice è femminile. È la donna a portare il desiderio di maternità, mentre l’uomo spesso resta in posizione più defilata, quasi di attesa. In questo senso, la serie è molto moderna, perché ribalta o comunque mette in discussione certi ruoli tradizionali. In più, credo sia una delle prime volte in cui una serie affronta un tema così complesso, e anche noi stessi, durante la conferenza stampa, siamo rimasti sorpresi da quanto questo argomento risulti ancora oggi profondamente conflittuale”, ha dichiarato.
Nel racconto della serie le difficoltà vengono vissute dalla coppia con uno sguardo particolare anche agli uomini. A tal proposito, Maria Sole Tognazzi ha specificato: “Sì, questa è una cosa che faccio sempre, devo dire la verità. Anche quando affronto nei miei film o in altri lavori di serialità dei personaggi femminili, mi rivolgo sempre agli uomini. Anzi, soprattutto quando racconto personaggi femminili, non mi rivolgo tanto alle donne che si identificano, ma agli uomini che vorrei si identificassero. Allo stesso tempo, pur avendo molta attenzione al tema della parità di genere perché per me è importante, da donna, credo che si debba sempre parlare a un pubblico ampio e raccontare personaggi complessi. In questa serie, per esempio, parliamo di coppie che non riescono ad avere figli e che arrivano a Barcellona con il desiderio e la speranza di riuscirci, ma anche di persone single, di coppie omosessuali, insomma di figure molto diverse, tutte accomunate da fragilità e aspirazioni profonde. Il mio approccio ai personaggi, alla serie e alla clinica che raccontiamo è stato guidato da una grande curiosità. Io, ad esempio, non ho figli e non ho fatto in modo di averne, ma se avessi sentito un desiderio forte di maternità e avessi avuto bisogno di rivolgermi alla medicina, lo avrei fatto senza esitazione. Per questo ho accolto questo progetto e la proposta di realizzarlo con una curiosità positiva, quasi felice. Tutto ciò che oggi la scienza e la comprensione reciproca ci permettono di raggiungere rappresenta, secondo me, un valore aggiunto per un mondo che deve continuare a migliorare. Lo vivo proprio come un’evoluzione, non come qualcosa di sbagliato”.
Raccontare la genitorialità significa anche ridefinire il concetto di famiglia. E per Sergio Castellitto quello di famiglia tradizionale è da ritenersi superato: “Per alcuni è così, per molti no. Non lo so. Sai, siamo anche molto abituati a raccontarci dentro il nostro mondo, nel nostro contesto occidentale, democratico e capitalistico, spesso finendo per autoassolverci o autoreferenzialità. Pasolini risponderebbe in modo diverso: direbbe che in certe comunità dell’Amazzonia il concetto stesso di famiglia tradizionale o meno non ha lo stesso significato che ha per noi. Parliamo spesso del nostro piccolo “orticello” culturale occidentale, dimenticando che esiste un mondo non così lontano, a poche migliaia di chilometri, dove le donne vengono ancora uccise perché non portano il velo. Allora viene da chiedersi di quale emancipazione stiamo realmente parlando”. Maria Sole Tognazzi ha aggiunto: “La forza di “In Utero” sta proprio nel raccontare che il desiderio di costruire una famiglia non è necessariamente legato a un marito, una moglie o ai figli. Ha piuttosto a che fare con le relazioni che siamo in grado di creare attorno a noi, con i legami che costruiamo. Credo che in questo momento storico questa idea stia diventando sempre più comprensibile, se non addirittura normale. Lo schema di famiglia tradizionale, poi, bisogna anche chiedersi cosa significhi davvero oggi quando lo si nomina”.









