Il prigioniero, Miguel de Cervantes tra avventura e desiderio – Recensione

Il prigioniero

Prima di dare alla luce un capolavoro della letteratura, studiato ancora adesso nelle scuole ed entrato nell’immaginario comune, quale il Don Chisciotte, Miguel de Cervantes combattĆ© come soldato, restando gravemente ferito e cadendo in un lungo periodo di prigionia, durato ben cinque anni. Cinque anni trascorsi ad Algeri, dal 1575 al 1580, che rappresentano una delle parentesi più drammatiche della sua vita, ma anche ispiratrici per le sue opere a venire.

In Il prigioniero il regista spagnolo-cileno Alejandro AmenĆ”bar parte da questo periodo forse meno conosciuto per dare il via ad un dramma storico che, tra ambiguitĆ  e spunti avventurosi, ci offre un ritratto inedito del celebre scrittore. Nelle due ore e rotti di visione troviamo una storia di desiderio, fede e libertĆ , costruita sull’intenso e ambiguo legame tra Miguel e HasĆ”n BajĆ”, il potente pasciĆ  locale, un tempo cristiano poi convertitosi all’Islam e dedito ora adogni genere di piacere.

Il prigioniero: dentro o fuori – recensione

Nel 1575 Miguel de Cervantes milita tra le fila dell’esercito spagnolo e dopo una profonda ferita alla spalla sinistra durante la battaglia di Lepanto, vorrebbe soltanto rientrare in patria. La nave sulla quale viaggia viene però assalita dai corsari e il protagonista finisce prigioniero ad Algeri, dove viene venduto come schiavo e rinchiuso insieme a numerosi altri nobili cristiani. Il suo peso come ostaggio ĆØ alto, anche per via di alcune lettere che suggeriscono la possibilitĆ  di ottenere per lui un ingente riscatto.

Miguel si fa notare per la sua abilitĆ  di raccontare storie, con cui intrattiene i suoi compagni di sventura ma non solo: la sua fama di narratore arriva anche alle orecchie del pasciĆ  HasĆ”n BajĆ”, figura temuta e giĆ  ordinatrice di diverse brutali esecuzioni. Il governatore comincia a convocarlo nelle sale di palazzo e gli concede privilegi inediti, ma il sogno di Miguel ĆØ sempre quello di far ritorno prima o poi in patria…

Passioni proibite

Il legame tra i due personaggi principali diventa minuto dopo minuto sempre più complesso e sfumato, in un mix di reciproca curiositĆ , diffidenza e attrazione omoerotica. Un gioco di sguardi e di favori, che entrambi cercano di portare a proprio vantaggio, tra la lussuria e l’eterno desiderio di essere uomini liberi. Il pubblico sa giĆ  come andranno le cose, e cosƬ un paio di colpi di scena sono di fatto depotenziati, ma la tensione drammatica si mantiene comunque su discreti livelli per tutta la durata del film.

Dove Il prigioniero acquista forza e significato ĆØ come detto nell’intenso legame tra carceriere e recluso e se nel ruolo principale Julio PeƱa, giĆ  visto nelle serie spin-off de La casa di Carta su Berlino, appare stralunato quasi a catturare la trasognanza dello scrittore, il nostro Alessandro Borghi emana un fascino magnetico nelle vesti di quell’antagonista dai mille volti. Il resto dell’eterogeneo e numeroso cast restituisce personaggi interessanti dalle relative sottotrame annesse, con la guerra di religione che resta in un sottofondo meno banale del previsto.

P.S. Per chi volesse recuperare un’altra pellicola di rilievo su Miguel de Cervantes, consigliamo la visione di L’uomo della Mancha (1973), dove Peter O’Toole ne veste i panni all’interno di un’altra “galera” – questa volta a Siviglia, dove era stato incarcerato per problemi finanziari – in un divertente musical che vanta nel cast anche Sophia Loren.

Conclusioni finali

Un’opera elegante e ambiziosa che, pur non mantenendo sempre tutte le suggestive premesse, trova un morboso fascino nel rapporto di amore e odio tra Miguel de Cervantes – il prigioniero del titolo – e il pasciĆ  di Algeri, tratteggiato con un ambiguo magnetismo da Alessandro Borghi.

Alejandro AmenĆ”bar sfrutta l’arte del raccontare in un film in costume dove immaginazione e realtĆ  si confondono continuamente, in bilico tra un’impronta avventurosa e un sentimentalismo febbrile. La libertĆ  diventa cosƬ un traguardo da conquistare principalmente attraverso la forza delle parole prima ancora che con l’azione, mentre nel protagonista si intravede il prototipo del futuro Don Chisciotte ancora da scrivere.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.