Il genero: una commedia grottesca tra la violenza dei cartelli messicani – Recensione

Il genero

A volte i parenti acquisiti aiutano a far carriera ben più del sangue del proprio sangue. Lo sa bene José Sanchez, diventato Il genero perfetto di una famiglia con le giuste connessioni politiche. Dopo aver costruito la propria carriera su affari sempre sul punto di decollare, il protagonista ha deciso che per lui è arrivato il momento di dare una svolta alla propria vita.

Una serie di circostanze, alcune fortuite altre più cercate, lo trasformano infatti in un individuo rispettato e temuto, colui che tutti cominciano a chiamare con il soprannome di El Serpiente: uno stratega politico improbabile, capace miracolosamente – neanche lui sa come – di tenere contemporaneamente un piede nei palazzi del potere e l’altro nelle anticamere dei cartelli criminali. Tutto sembra procedere per il meglio, fino al giorno in cui non si presenta l’accordo definitivo, quello troppo grande per essere imbrogliato a modo suo.

Il genero: parenti serpenti – recensione

José non è un villain, o almeno non lo è nel senso convenzionale del termine. È un qualcosa di più inquietante e umano, fortemente riconoscibile proprio per via dei suoi baffi caratteristici, che richiamano un’iconografia classica legata al Messico stesso. Entra nelle dinamiche di un sistema illegale prima ancora che questa gli sia chiaro e vi si inserisce con la spregiudicatezza e l’incoscienza di chi è pronto a tutto pur non sapendo nulla.

Non c’è caduta, non c’è redenzione, giacché non c’è quella purezza iniziale classica che spesso caratterizza personaggi tormentati. José è una sorta di grottesca caricatura, a tratti spassosa altrove respingente, che si trascina per cento minuti di visione imprecando a più non posso, fino a quella serie di insulti finali che non risparmiano niente e nessuno.

Ed è proprio questa scelta scomoda a conferire al film una natura specifica, capace di valorizzare una sceneggiatura pur non eccellente, che non trova sempre il giusto mix tra satira e violenza, rischiando di sbilanciarsi in più occasioni.

Un approccio non per tutti

Il genero sceglie il tono asciutto e obliquo della commedia nera, un registro che nel cinema nazionale ha una tradizione duratura. Il film non fa denuncia, il sistema che racconta non ha bisogno di essere smascherato tanto è saldamente radicato nella società e nella cultura locali. La domanda fin dove possono spingersi gli individui una volta accettata questa cruda realtà dei fatti, con violenza e corruzione quali parti dominanti dell’ambito pubblico.

Si cerca di guadagnarsi la simpatia dello spettatore e non si richiede il giudizio su un personaggio che non può che essere fortemente negativo. Il film lascia la storia in balia di quell’anima indisponente, che può tanto divertire quanto irretire a seconda della scelta di chi guarda.

Laddove qualcosa non convince del tutto, rischiando di perdersi per strada con un ritmo che accelera oltre misura verso l’effettiva risoluzione è in quel terzo atto che semplifica anche troppo la gestione di quella partita a scacchi disposta con improvvisata cura, specchio di un protagonista senza mezze misure, più da odiare che da amare.

Conclusioni finali

Sotto forma di caricatura la disamina di un sistema criminale che non ha bisogno di essere smascherato perché è già visibile a tutti, in un Messico dove corruzione e malavita sono all’ordine del giorno e dove il protagonista, baffoni d’ordinanza, incarna un archetipo ampiamente riconoscibile e qui deformato comicamente.

Grottesco, humour e violenza in una confezione non sempre omogenea, che a tratti esagera e non ha la stessa cura per il pur ampio contorno, in un film che corre, inciampando e rialzandosi, nell’esasperare le dinamiche dei cartelli in un divertimento grottesco, più amaro del previsto ma qua e là scentrato.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.