Mi querida señorita: il dramma queer spagnolo sulla (ri)scoperta di se stessi – Recensione

Mi querida senorita

Pamplona, 1999. Adela Castro è figlia unica di una famiglia conservatrice della Navarra, cresciuta nell’ombra protettiva di una madre oppressiva e nella routine delle lezioni di catechismo che impartisce ai bambini del quartiere. Adela è cresciuta in un corpo che non ha mai sentito suo e un giorno scopre il perché, quando una visita medica fa emergere la sua condizione intersessuale – condizione che i genitori le avevano sempre nascosto pensando di proteggerla – e la protagonista di Mi querida señorita si trova a dover ricostruire la propria identità.

Non sarà semplice dopo anni di ormoni e bugie ricominciare da capo e comprendere i propri desideri, al punto che Adela decide di andarsene da casa e vestirsi e comportarsi come se fosse un maschio, ancora incerta su cosa voglia veramente nella propria vita. La presenza di alcune figure che le ruotano intorno sarà determinante per aiutarla a comprendere i suoi desideri ma prima ancora se stessa.

Mi querida señorita: tempi e modi – recensione

Nel 1973, sotto il regime franchista, l’uscita nei cinema spagnoli di Mi querida señorita sembrava impossibile: come aveva fatto un film dalle tematiche così queer a superare la censura e portare sullo schermo una storia di identità di genere in quel complesso periodo storico? Un film pionieristico, in anticipo su tutto e capace di far discutere e riflettere.

Cinquant’anni dopo, l’idea di aggiornarlo per le nuove generazioni, molto più ricettive a certe tematiche, era tanto doveroso quanto potenzialmente azzardato: un passaggio di testimone tra chi ha dovuto insinuare il discorso e chi oggi può finalmente espanderlo.

La risposta di Fernando González Molina, regista lontano dalla sperimentazione che ricordiamo per la versione spagnola di Tre metri sopra il cielo ma anche per alcuni interessanti thriller/mystery, è stata quella di approcciarsi alla vicenda base con uno sguardo accessibile e caloroso, adatto a un tipo di pubblico il più eterogeneo possibile. Il risultato è un film che accompagna Adela con delicatezza e partecipazione, rendendo la complessità più fruibile senza tradirla apertamente.

La quiete senza la tempesta?

Una scelta che diventa al tempo stesso punto di forza e limite: la gentilezza con cui si avvicina al tema finisce per smussarne anche gli angoli più radicali e l’impressione di una favoletta, seppur condivisibile nei contenuti e nel messaggio, si affaccia ben presto.

Il percorso di Adela è raccontato con una progressione emotiva che raramente cede alla retorica e che trova intensità nelle sequenze di “passaggio”, nei momenti in cui il personaggio si trova a confrontarsi con la propria immagine riflessa senza più le aspettative altrui a pesare su di lei: ora è solo lei, nel bene e nel male, fautrice di ciò che verrà.

Elisabeth Martínez, intersessuale anche nella nella vita reale – casting necessario nel cinema contemporaneo, con tutti i pro e i contro del caso – porta al personaggio la fisicità di un corpo che ha in sé la medesima ambiguità, incarnandone umori e tormenti in un racconto che funziona quando prova a staccarsi dalla sua placidità di fondo, salvo ricadere in una quieta mediocrità quando evita di addentrarsi in territori maggiormente oscuri e aspri.

Conclusioni finali

Un remake rispettoso e sentimentalmente onesto di un classico, un film rivoluzionario ai tempi della sua uscita in una Spagna ancora franchista, seppur poco. Questa nuova versione di Mi querida señorita privilegia la tenerezza rispetto all’urgenza: una scelta in parte comprensibile, in un contesto oggi più aperto su certe tematiche, ma che finisce per attenuare l’ambiguità e la complessità dell’assunto.

La storia di una ragazza intersessuale che, alle soglie dell’età adulta, scopre la propria reale natura – celatale dai genitori fortemente religiosi – prende forma in una sceneggiatura più didattica che davvero coraggiosa, anche se l’interpretazione di Elisabeth Martínez, un tutt’uno a 360° col personaggio, restituisce all’insieme quel pizzico di autenticità necessaria.