Gangs of London, recensione – no spoiler – della serie su Sky

Gangs of London

Sin dal momento del suo annuncio Gangs of London suscitò grande interesse. In gran parte perché il creatore della serie è Gareth Evans (assieme a Matt Flannery), un regista che ha riscosso notevole consenso internazionale grazie in particolare a due suoi film, The Raid e The Raid 2, pellicole action a base di arti marziali e dall’alto tasso di spettacolarità. Gangs of London prova a sfruttare questa formula contaminandola però nel cuore della City di Londra, dove diverse gang si scontrano per il controllo criminale della città.

La trama di Gangs of London

Siamo a Londra, nel Regno Unito. Finn Wallace (Colm Meaney), il criminale più influente con in pugno le chiavi della città, muore improvvisamente. La sua scomparsa provoca un vuoto di potere che sconvolge gli equilibri della malavita, pronta a scuotersi dalla quiete apparente nel tentativo di accaparrarsi un posticino più conveniente nello scacchiere criminoso della capitale.

Le gang iniziano a scalpitare e a scontrarsi, dando il via a una scia di sangue pronta a degenerare definitivamente da un momento all’altro. A prendere il posto di Finn è suo figlio Sean (Joe Cole), ragazzo desideroso di risolvere il rebus della morte del padre ma impulsivo e non abbastanza autorevole da mantenere un freno ai tumulti in corso. Si avvale dell’aiuto della fidata familgia Dumani, controllata dal leale collaboratore di Finn, Ed (Lucian Msamati).

In questo clima di tempesta si fanno avanti molte pedine nel teatro di guerra che sta diventando una Londra all’ombra dei grattacieli, con il coinvolgimento della mafia albanese, dei combattenti per la libertà curda, cartelli della droga pakistani e anche alcuni nomadi gallesi. Uno scenario vasto nel quale si inserisce anche Elliot Finch (Sope Dirisu), impiegato di poco conto dei Wallace che si rivela essere in realtà un agente sotto copertura.

Perché guardare Gangs of London

Gangs of London riesce in due cose: creare un contesto criminale denso, variegato e ramificato in profondità nel cuore della Londra finanziaria e più ricca, fondendolo con l’idea di cinema di Evans. Da una parte c’è una durezza di posizioni messe a confronto nelle discussioni attorno ai tavoli del potere occulto; dall’altra c’è l’esplosione della violenza che sta infestando una città a cui è venuto meno il baricentro e il punto di raccordo forse impossibile tra tante anime e interessi.

Quando la serie si sporca le mani si concentra su schermaglie frenetiche, ipercinetiche, altamente esplosive e molto muscolari. Che sullo schermo ci sia uno scontro a fuoco o una lotta all’arma bianca, Gangs of London tira fuori tutti i suoi nervi e si lascia andare al rilascio della tensione accumulata durante le lunghe fasi del gioco di diplomazia a cui è chiamato Sean.

Se Gangs of London preme il piede sull’acceleratore poi non lo stacca più, donando alcuni momenti di incredibile spettacolo che fanno da contrappunto a uno sviluppo narrativo capace di prendersi i suoi rischi e di imboccare svolte nette e coraggiose.

Gangs of London, perché non guardarla

Gangs of London è un’opera che si mantiene in piedi tra la facciata da crime series più canonica, fatta di momenti di riflessione e pianificazione, e prodotto che ammicca con gusto al lavoro sulle coreografie d’azione e alle frenesie degli scontri che strizzano l’occhio al cinema di genere orientale. Trovandosi un po’ nel mezzo e offrendo una formula a tratti inedita per l’intrattenimento seriale a cui siamo abituati, il modo in cui la serie concilia queste due anime più spiazzare.

Non c’è un reale motivo per il quale non ci si debba approcciare alla creatura di Gareth Evans. Ha una sua idea forte, una sua identità e una cifra stilistica ben definita. Se vi piace il crime, può fare per voi. Se vi piace l’action, può fare per voi. Se volete vederli fusi assieme in una maniera a cui forse non siete abituati, datele una chance.

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