28 anni dopo: l’apocalisse zombi tra violenza e metafore – Recensione

28 anni dopo

Ventotto anni dopo la fuga del virus della rabbia da un laboratorio di armi biologiche, l’Inghilterra è rimasta segregata dal resto dell’Europa attraverso una quarantena forzata. Su un’isola collegata alla terraferma da un ponte sorvegliato militarmente, un piccolo gruppo di superstiti ha trovato un equilibrio precario, convivendo ai margini del territorio controllato dagli infetti. Qui vive il dodicenne Spike, nato dopo l’apocalisse zombi, che si prende cura della madre Isla, sempre più debilitata da una grave malattia.

In 28 anni dopo, Spike intraprende un viaggio di iniziazione verso la terraferma in compagnia del padre Jamie, cacciatore esperto che intende insegnargli l’arte della sopravvivenza in quelle terre ostili e selvagge, popolate da morti viventi. Al contempo gli racconta la leggenda relativa al Dr. Kelson, un medico che si sarebbe ritirato in una sorta di santuario fortificato dove è in cerca di una cura per l’infezione. Al ritorno a casa, il ragazzino decide di partire nuovamente di nascosto e di portare con sé la madre alla ricerca del luminare, ritrovandosi alla prese con un’avventura ricca di incognite e pericoli.

28 anni dopo, cosa è cambiato? – recensione

Ad inizio millennio 28 giorni dopo (2002) fu un vero e proprio spartiacque culturale del genere horror, che trasformò il lento e goffo non-morto di matrice romeriana in un predatore velocissimo e feroce. Ventitré anni più tardi, con un un sequel alle spalle – il mai troppo citato 28 settimane dopo (2007) – l’assassino torna sul luogo del delitto: è lo stesso papà della saga Danny Boyle a sedere dietro la macchina da presa di questo nuovo capitolo, primo di un’annunciata trilogia.

Il tutto in un panorama di genere profondamente mutato e con un pubblico ormai saturo di apocalissi zombi grazie al successo televisivo di The Walking Dead e ai suoi innumerevoli epigoni. A coadiuvare in fase di sceneggiatura il regista di Trainspotting (1996) ritroviamo il co-creatore Alex Garland, che di strada ne ha fatta parecchio dall’uscita del film originale. Le premesse erano quindi altissime per un progetto che sin dalla sua genesi ha catalizzato l’attenzione degli appassionati, scopriamo insieme come è andata.

28 anni dopo: un viaggio tra orrore e speranza

Come spesso accade il cinema horror diventa veicolo per parlare d’altro e qui come non mai è la Brexit a entrare prepotentemente nelle dinamiche narrative, seppur metaforizzata nelle dinamiche che spingono la comunità di superstiti a isolarsi volutamente dal resto del mondo, a simbolo di presunta sicurezza. Un qualcosa che accomuna 28 anni dopo alla seconda stagione di The Last of Us, e che rende ancor più significativo il viaggio esistenziale e al contempo percorso di formazione del giovanissimo protagonista interpretato da Alfie Williams, al suo primo ruolo di peso per il grande schermo.

Il tema della malattia, con la figura di una comunque determinata figura materna affidata all’intensissima Jodie Comer, permette di umanizzare coloro che erano sempre stati i mostri, con gli zombi che diventano meritevoli di compassione in quanto infetti e una sequenza che prospetta un ipotetico, quanto arduo, futuro di potenziale convivenza, tra mezzo sangue e verità nascoste pronte a cambiare forse per sempre quella realtà apocalittica.

Una dose di rinnovata speranza incarnata dall’affascinante e controversa figura del medico eremita di Ralph Fiennes, fautore di quel teschio di ossa che non a caso dà il titolo al secondo capitolo di prossima uscita. Pur a rischio di semplificare le logiche narrative in favore di quel “significato che bypassa la verosimiglianza“, 28 anni dopo ha il merito di lanciare uno sguardo oltre al puro orrore, che comunque non manca in avvincenti scene d’azione che hanno luogo in queste sconfinate campagne inglesi, dove le vie di fuga sono ridotte e l’orizzonte può nascondere fameliche insidie.

Conclusioni finali

L’amore di un figlio per una madre e viceversa, in un mondo che da quasi tre decenni è vittima di un’apocalisse zombi che lascia sì superstiti, ma soltanto vaghi ricordi di ciò che fu. Il viaggio alla ricerca di una miracolosa panacea diventa così l’occasione per abbandonare le certezze acquisite e aprirsi a nuovi futuri, con l’ombra della violenza e della cieca incomunicabilità quale spauracchio a chiudere il primo episodio della nuova trilogia di Danny Boyle e Alex Garland.

28 anni dopo diventa così uno specchio dei tempi, politici e sociali, trasfigurato attraverso l’elemento dei morti viventi che rappresentano noi stessi, in cerca di una cura universale a tutti i mali del quotidiano. Il dottore visionario e fuori dagli schemi di Ralph Fiennes è così il simbolo di una potenziale rinascita, con i mostri pronti a generare rinnovata vita e gli uomini a ritrovare ciò che avevano smarrito, in un film che dietro le sue evidenti sortite metaforiche lascia esplodere comunque la sua energica anima di genere, tra sequenze dilettevolmente emoglobiniche e altre, pur a rischio scult, cariche di maggior significato.

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