Ubaldo Pantani al BCT Festival: “Dopo 12 anni a Quelli che il calcio mi sono ritrovato senza lavoro, è stato un trauma. Il rinnovamento di Stefano De Martino fa bene a Sanremo”

Ubaldo Pantani
ph.Antonio GUASTAFIERRO

Dal debutto quasi casuale nella televisione di Gianni Boncompagni al successo recente tra teatro, GialappaShow e l’esperienza sul palco del Festival di Sanremo. In occasione del BCT Festival di Benevento, Ubaldo Pantani ripercorre le tappe più importanti della sua carriera, racconta il difficile periodo seguito alla chiusura di Quelli che il calcio, parla della sua Scuola di Teatro Tragicomica e riflette sul rapporto tra comicità, satira e televisione.

Intervista a Ubaldo Pantani a Benevento 2026

Partiamo dagli inizi. Lei ha cominciato la sua carriera a Macao con Gianni Boncompagni. Che ricordo conserva di quel periodo?

«Venivo dalla provincia, da un piccolo paese. Dopo un periodo a Pisa, dove avevo iniziato a studiare, mi ritrovai a Roma quasi per caso. Avevo partecipato a un concorso di cabaret e, arrivando secondo, pensavo ingenuamente che Roma mi stesse aspettando. In realtà mi ritrovai insieme ad altre mille persone a fare il provino per la seconda edizione di un programma che aveva già un enorme successo. Fu come affrontare un campionato del mondo: superavo un turno dopo l’altro e a un certo punto rimasi tra gli ultimi candidati. Guardavo gli altri concorrenti e mi chiedevo cosa ci facessi lì, perché molti erano comici che seguivo e ammiravo già da tempo. Ricordo che il lunedì sera guardavo Mai dire Gol seduto sulla sedia di formica della mia stanza da studente fuorisede e sognavo la televisione. Poco dopo ci ero dentro davvero.

Fu quasi un trauma: stavo svolgendo l’obiezione di coscienza in un comune della provincia di Pisa e improvvisamente mi ritrovai negli studi televisivi di Roma. Mi servì quasi un anno per capire dove fossi e cosa stessi facendo. Di quel periodo conservo ricordi meravigliosi. Boncompagni era surreale, geniale. Già il fatto che mi avesse scelto mi sembrava incredibile. Presentai un personaggio assurdo che sosteneva che non si dovesse ridere: una follia totale, soprattutto in un programma comico. Forse non faceva ridere nessuno, ma divertiva lui proprio per il suo paradosso. Ricordo ancora il provino. Alla fine il responsabile della struttura disse: “Lo prendiamo”. E io guardai Gianni e gli chiesi: “Ma sei sicuro?”. Era davvero una scelta folle. Il programma poi chiuse dopo pochi mesi, ma per me fu un’esperienza fondamentale.»

Il 2026 per lei sta andando molto bene: televisione, teatro, Sanremo. Che bilancio fa di questa prima parte dell’anno?

«Assolutamente positivo. Dopo la fine di Quelli che il calcio ho trascorso circa sei mesi a capire cosa fare. Ho detto tanti “no” perché aspettavo qualcosa che mi entusiasmasse davvero. Nel frattempo avevo iniziato un percorso teatrale che si era interrotto con il Covid. Quando sono partite contemporaneamente le avventure del GialappaShow e di Che Tempo Che Fa sul Nove, è stata una scarica di adrenalina incredibile. Tutti erano lì a chiedersi quali ascolti avremmo fatto e questo ha reso tutto ancora più stimolante. I frutti di questo percorso sono arrivati proprio quest’anno.

Finalmente ho avuto più tempo da dedicare al teatro e la tournée è partita indipendentemente dall’esperienza sanremese. Questa è una delle soddisfazioni più grandi: vedere le persone venire a teatro. Sono un uomo di televisione e il mio rapporto con il pubblico è sempre stato mediato dallo schermo. Per questo dico sempre che il teatro, per me, è un po’ come Tinder: non ci conosciamo davvero, però dopo tanto “corteggiamento” nasce un amore autentico. Non mi aspettavo tanto affetto. Poi Sanremo ha amplificato tutto. Anche il personaggio di Ginepro ha ottenuto un successo che nessuno immaginava e continua ancora oggi. Tutti questi elementi insieme hanno reso questo periodo particolarmente felice.»

Ha accennato a un periodo di stop professionale. Come lo ha vissuto? È cambiato qualcosa in lei?

«Per me è stato un trauma. Per dodici anni ho fatto Quelli che il calcio, da settembre a maggio, con una continuità incredibile. Credo di essere la persona con più presenze nella storia del programma, conduttori compresi. Ero abituato a lavorare tantissimo e mi sono ritrovato improvvisamente senza quel ritmo. In quel periodo ho realizzato un sogno: aprire la mia Scuola di Teatro Tragicomica. L’idea nasce dal desiderio di trasmettere qualcosa a chi vuole intraprendere questo mestiere. Fare il comico è una scelta particolare, quasi folle. Affidare il proprio equilibrio emotivo alla risata del pubblico non è semplice. Ho un grande affetto per chi decide di percorrere questa strada e volevo offrire strumenti, consigli e anche una forma di protezione. Dal punto di vista televisivo, però, è stato uno shock. Non mi considero un workaholic, ma ero abituato a un livello di adrenalina molto alto. Quando quel ritmo si interrompe, inevitabilmente ti senti spaesato. Ho ricevuto diverse proposte, ma ho preferito aspettare e dire molti no. Alla fine volevo fare esattamente quello che sto facendo oggi.»

Parlando di Sanremo, alcuni sostengono che oggi sul palco dell’Ariston ci siano più limiti rispetto al passato. Ha sentito il peso del politicamente corretto?

«No, perché per me viene naturale lavorare entro determinati limiti. Se uno vuole dire qualsiasi cosa senza filtri, ha il teatro a disposizione, dove deve rendere conto soltanto a se stesso. Quando sali su un palco televisivo esistono delle regole e delle responsabilità. Se fai satira politica o una satira che mette sotto osservazione il mezzo stesso, allora il discorso cambia. Penso a figure come Beppe Grillo, che hanno costruito il proprio percorso proprio su quel tipo di confronto. Io però mi sono sempre definito un intrattenitore. È una cosa diversa dalla satira. La satira vera richiede una disponibilità al rischio enorme: devi essere pronto a essere ricco o povero, a subire conseguenze, perfino denunce. Dire una parolaccia non significa fare satira. Io preferisco usare il sorriso. Le stesse cose che dico sul palco voglio poterle dire anche quando incontro le persone nella vita reale. E visto che spesso poi le incontri davvero, preferisco scherzare senza nascondermi dietro un personaggio.»

Che giudizio dà di Stefano De Martino alla guida di Sanremo?

«Finora è stato molto bravo. E credo che sia giusto cambiare. Sono favorevole a lui, ma in generale sono favorevole al rinnovamento. Fa bene vedere qualcosa di diverso, anche perché nel bene o nel male si parla di novità. Poi magari un giorno arriverà anche un “Conti quater”, chi lo sa. Però il cambiamento è positivo.»

La rivedremo nella prossima stagione di Che Tempo Che Fa?

«Sì, torneremo in onda il mercoledì alle 21.45 in prima serata. È una sfida nuova, pensata anche per garantire una maggiore tenuta sia agli spettatori sia a noi che lavoriamo al programma. Non siamo più giovanissimi e bisogna trovare il giusto equilibrio. Sarà un’avventura diversa e speriamo che il pubblico la accolga con entusiasmo.»