Tuner – L’accordatore: un thriller dove l’udito è fondamentale – Recensione

Tuner

Il talento può trasformarsi in una condanna quando la necessità spinge anche le persone rette a darsi al crimine, con tutte le conseguenze che questo comporta. La trama di Tuner – L’accordatore non è certo originale, ma parte da una premessa paradossale, trasformando l’udito straordinario del giovane protagonista in uno strumento al servizio di una banda di rapinatori, pronti a sfruttarne la peculiare abilità per aprire casseforti altrimenti inaccessibili. Ne scaturisce un thriller dignitoso, ma che procede spesso lungo sviluppi prevedibili, come vedremo a breve.

Tuner: un orecchio unico – recensione

Niki White è un ragazzo dotato di un talento musicale fuori dal comune, in grado di riconoscere con precisione pressoché assoluta le note e le più impercettibili variazioni sonore. Un dono che è anche una condanna, in quanto il protagonista di Tuner – L’accordatore soffre di iperacusia, una particolare sensibilità ai rumori che gli provoca un profondo disagio anche di fronte ai suoni più ordinari, costringendolo ad abbandonare le sue aspirazioni di pianista.

Si guadagna da vivere come apprendista accordatore di pianoforti al fianco di Harry Horowitz, una leggenda del settore che per lui rappresenta una sorta di figura paterna. L’incontro con Ruthie, una giovane aspirante compositrice, sembra finalmente dare una svolta alla sua vita affettiva, ma la prospettiva dei soldi facili – insieme alle spese sempre più elevate per le cure del suo maestro, ormai malato – lo spinge a unirsi alla gang di criminali guidata dall’ambiguo Uri, con conseguenze sempre più pericolose.

Una musica già sentita

Il regista Daniel Roher, anche coautore della sceneggiatura, costruisce un racconto di smarrimento e redenzione, che segue con relativa classicità le tappe abituali del genere. Tra musica e malavita si compie il percorso di un protagonista più trascinato dagli eventi che effettivamente consapevole del proprio destino, in balia di circostanze che sembrano giocargli continuamente brutti scherzi. Niki ha dovuto abbandonare il sogno di diventare un grande pianista, ripiegando su un mestiere più anonimo, svolto comunque con impegno, salvo ritrovarsi costretto a scendere a compromessi quando la persona a lui più cara finisce vittima delle ciniche logiche economiche del sistema sanitario statunitense.

Nel ruolo principale troviamo Leo Woodall, attore britannico trentenne già apprezzato nelle serie The White Lotus e Vladimir, affiancato da comprimari d’eccellenza quali Dustin Hoffman, nei panni del mentore di una vita, Havana Rose Liu, giovane attrice e modella che interpreta l’interesse romantico del protagonista, e Jean Reno, in un piccolo ruolo determinante ai fini degli eventi.

Il film possiede un discreto ritmo, ma difficilmente lo spettatore si sorprenderà di fronte ai vari ostacoli che Niki incontra lungo il cammino. Il protagonista viene risucchiato in un vortice narrativo già ampiamente frequentato, che finisce per risultare scontato, pur al netto di una messa in scena dignitosa e di un cast sufficientemente eterogeneo.

Conclusioni finali

Se lo spunto di sfruttare un udito ipersensibile per svaligiare le più moderne casseforti poteva anche rivelarsi parzialmente originale, l’impianto narrativo alla base di Tuner – L’accordatore segue in realtà uno spartito ben più lineare, fatto di cadute e risalite.

Un thriller discretamente coinvolgente, ma povero di innovazioni, che fatica inoltre a mantenere il giusto equilibrio tra i suoi diversi registri. L’anima crime e i sussulti drammatici si alternano senza trovare sempre una sintesi convincente, mentre il malcapitato protagonista di Leo Woodall si ritrova sballottato tra situazioni impreviste e decisioni da prendere, in attesa che il destino faccia il suo corso.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.