The Long Walk, l’inquietante film distopico dal romanzo di Stephen King – Recensione

The Long Walk

In un’America distopica, dominata da un regime autoritario, il governo organizza ogni anno la cosiddetta Lunga Marcia, una competizione alla quale partecipano una cinquantina di giovani, ognuno proveniente dai vari Stati dell’Unione. La regola per quella competizione, trasmessa in diretta televisiva e seguita da milioni di spettatori, è tanto semplice quanto spietata: bisogna continuare a camminare per centinaia di miglia senza scendere mai al di sotto della velocità minima di tre miglia orarie.

Come scopriranno ben presto gli spettatori di The Long Walk, chi rallenta riceve inizialmente un avvertimento e pochi secondi per riprendere il ritmo. Alla terza segnalazione, o qualora si decida di abbandonare il percorso, si viene uccisi senza pietà dai militari che scortano la comitiva. Soltanto chi arriva fino in fondo ancora in piedi ottiene un’immensa somma di denaro e può esprimere un desiderio, qualunque esso sia. Rar Garraty, diciassettenne del Maine, è entrato in gara con uno scopo ben preciso, ma non sarà semplice raggiungere il traguardo.

The Long Walk: fino all’ultimo passo – recensione

Cinquanta ragazzi poco più che adolescenti in cammino, una strada apparentemente infinita che si staglia davanti a loro, immersa in quell’America rurale dove le cittadine si contano sulle dita di una mano e lì, in mezzo al nulla, il massacro può essere compiuto senza scomodi occhi indiscreti. Un massacro legalizzato, figlio di un’idea mostruosa che prende a piene mani dalla letteratura distopica e in questo caso dal maestro del brivido Stephen King.

The Long Walk è infatti l’adattamento del romanzo del re del brivido, una delle prime opere da lui pubblicata nel 1979 lo pseudonimo di Richard Bachman. Una materia narrativa ricca di sfumature che avrebbe forse meritato un regista migliore di Francis Lawrence, colpevole di aver già rovinato un libro cult della sci-fi come Io sono leggenda (2007), e che qui si limita al minimo sindacale, realizzando un compitino che convince più per la storia raccontata che per come è poi stata effettivamente messa in scena.

Ne resterà soltanto uno?

Una storia di sopravvivenza che prova a scavare nel cuore e nei pensieri di questi giovani personaggi che sono in cerca della gloria o della ricchezza – o di altro ancora – ma vanno progressivamente incontro a una morte implacabile, con i soldati che li scortano per quell’asfalto infinito soltanto allo scopo di eliminarli l’uno dopo l’altro al primo momento di debolezza. Normale che in un tale contesto la tensione tocchi a tratti picchi notevoli, complice anche un cast eterogeneo capitanato dal figlio d’arte Cooper Alexander Hoffman, che si sta costruendo una notevole carriera sulle orme di cotanto, compianto, padre Philip Seymour Hoffman.

Il periodo storico nel quale è ambientato The Long Walk resta volutamente imprecisato, con alcuni dettagli che suggeriscono un passato alternativo – non troviamo smartphone di sorta e l’abbigliamento è volutamente non chiarificatore – e anche il breve background è poco interessato a spiegare la società che ha generato quella follia. La sceneggiatura e la storia alla base sono unicamente intente a osservare degli esseri umani costretti a camminare verso il proprio trapasso, consapevoli che soltanto uno potrà farcela.

Un’operazione a tratti accattivante che però paga gioco-forza una certa monotonia, per cento minuti di visione che riescono in ogni caso a trasmettere una sincera inquietudine e si fanno specchi più o meno paradossali del mondo contemporaneo, popolato da spauracchi che corrono e corrono, senza sapere verso quale meta.

Conclusioni finali

La violenza arriva brutale e inaspettata, quando quella marcia infinita diventa crudo e spoglio corteo funebre per la maggior parte dei partecipanti, giovani mossi dalla brama o dalla vendetta in una gara che non potrà che lasciare solo perdenti. Il villain di un irriconoscibile Mark Hamill è la pura, agghiacciante caricatura di tanti dittatori contemporanei – dichiarati o meno – in un’operazione che spaventa più per quello che dice rispetto al come.

Francis Lawrence si affida a un impianto relativamente schematico, con l’ingranaggio che procede senza particolari deviazioni, trovando intensità nelle riuscite performance del cast e in quella tensione sotterranea che non abbandona mai quella camminata apparentemente infinita. La distopia funziona, anche se avrebbe forse meritato uno sguardo ancor più consapevole e meno assoggettato a certe logiche mainstream.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.