Potenza vocale, eleganza e simpatia: Serena Rossi porta in scena la sua ‘SereNata a Napoli‘, uno spettacolo intimo che racconta la città attraverso la musica, siparietti con i suoi sei musicisti, e aneddoti sulla sua famiglia (da nonna Concetta a Ria Rosa).
Il suo debutto al Teatro Diana è un successo dato che il pubblico non perde occasione di applaudirla alla fine di ogni brano. Scopriamo insieme cosa ha cantato e detto durante il suo spettacolo. Il primo ideato, cantato e scritto da Serena Rossi.
SereNata a Napoli: il canto d’amore di Serena Rossi per la sua cittÃ
Serena Rossi, venerdì 2 ottobre 2026, ha debuttato al Teatro Diana di Napoli con il suo primo spettacolo teatrale dal titolo ‘SereNata a Napoli‘, in scena fino al 18 ottobre. Uno show di un’ora e cinquanta minuti che vede sul palco insieme a lei una piccola orchestra composta da sei elementi: Michele Maione alle percussioni; Luca Sbardella alla fisarmonica e al clarinetto; Matteo Parisi al violoncello; Gianpaolo Ferrigno alle chitarre e al putipù; Antonio Ottaviano al pianoforte e clavicembalo; e Gennaro Desiderio al violino, quest’ultimo in scena nonostante un ginocchio rotto.
La serata si apre con una scenografia molto semplice che richiama il mare e vede Serena Rossi salire sul palco in un abito bianco di seta con un ampio mantello e drappeggio frontale. L’attrice intona ‘Nuttata ‘e sentimento‘ e ricorda come Napoli non è solo una città :
“È una sirena che si lascia morire d’amore. A lei questa sera faremo una serenata, tutti insieme, perché magari ci sente e ci ripensa. Non ne vale la pena lasciarsi morire“.
Con “Santa Lucia luntana“ ricorda come Napoli sia una città che in tanti abbandonano, compresa lei: “E anche per questo mi tremano le gambe ad essere qui stasera“. Alcuni vanno via cercando un futuro migliore e, sulle note di “Lacreme Napulitane“, mostra un video in bianco e nero dei tanti emigranti definiti come ‘carne da macello’.
Il racconto prosegue citando Massimo Troisi e prendendo un po’ in giro i napoletani che amano soffrire, amano questo struggimento e l’enfasi esasperata dei sentimenti. Così come amano le feste, vere esplosioni di gioia, e non poteva mancare la canzone “Festa di Piedigrotta“.
C’è spazio anche per una citazione di Eduardo De Filippo sul dolore e l’assenza che diventano grotteschi, parlando del dopoguerra e introducendo una versione inedita e volutamente triste di “Dove sta Zazà “, con un siparietto ironico con Antonio al pianoforte e Matteo al violoncello che finge di piangere.
“Siamo al Vomero, tra pubblico elegante, perle e naftalina nelle pellicce. Vi invito a cantare in modo malinconico ‘Dove sta Zazà ’. C’e l’avete un guaio? Magari è seduto vicino a voi… Pensate al vostro guaio e cantate tristi”.
Zazà evoca l’innocenza che nei vicoli bui si perde subito, tra l’arte di arrangiarsi, dove si ruba, si spara, si piange e si muore. Il legame con la terra passa attraverso le parole di Erri De Luca: «Non siamo come gli altri, abbiamo un vulcano piantato nel sistema nervoso».
“È colpa del Vesuvio se la terra trema e la rabbia esplode sfrenata” – esclama Serena Rossi introducendo “Guapparia“. Ogni guappo ha la sua bambinella, e per lui arriva a tutto anche a prostituirsi. Si fa picchiare perché convinta che le mazzate siano il simbolo di un sentimento vero e canta “Bammenella” di Raffaele Viviani.
Dalla guerra al femminismo: il ricordo Nonna Concetta e Ria Rosa
Il racconto storico tocca le Quattro Giornate di Napoli e Serena Rossi ricorda i soldati, sopratutto quelli di colore che, per amore o violenza, fecero nascere molti bambini ‘cioccolato’. Ma a Napoli i figli sono tutti uguali come spiegato in “Tammurriata nera“, seguita da “Munasterio ‘e Santa Chiara“.
Un capitolo intimo e familiare è dedicato ai treni della felicità , ricordando sua nonna Concetta che salì su uno di quei convogli. Un’esperienza che Serena Rossi ha rivissuto nel nell’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Viola Ardone “Il treno dei bambini“, che l’ha vista come protagonista. A lei dedica “Uocchie c’arraggiunate” e fa ascoltare l’audio della nonna che canta “Luna dispettosa“, scritta dal nonno non per lei ma per Mario Merola.
La famiglia di Serena Rossi era una famiglia di artisti e musicista come sua zia Maria Rosaria Liberti, cugina del papà del nonno, nata nel 1899 e pioniera femminista interpretando “Preferico il Novecento“.
Mentre chiede fiato e un bicchiere d’acqua, i musicisti attaccano “La fiera di Mast’Andrea“. Lei chiede al pubblico di cantare insieme all’orchestra e si allontana mentre l’orchestra intona “Te voglio bene assaje“.
Il cambio d’abito e il passaggio ad una Napoli moderna: le citazioni dei brani di Geolier, Andrea Sannino e la sigla di Un Posto al Sole
Nonostante lo spettacolo fili liscio senza intervallo, Serena Rossi approfitta della pausa per un cambio d’outfit e per cantare in mezzo al pubblico in platea. In un abito blu scuro a sirena, con coda e corpino di cristalli, intona “Era de Maggio”, tra gli applausi della sala.
A Napoli la parola amare si dice con due ‘m’, ammare, e l’amore si canta continuamente come con “Passione“, “Dicitencello Vuje“. Parte così un medley che spazia da brani più famosi a quelli più moderni, come “I p’ me, tu p’ te” di Geolier alla sigla di “Un Posto al Sole“, fino a “Abbracciame” di Andrea Sannino.
Poi chiede ai musicisti quali sono per loro gli ostacoli dell’amore. Per Gianpaolo è la passeggiata da IKEA la domenica mattina; per Michele la scelta delle bomboniere di matrimonio e per Luca la sua pancia. Ma secondo Serena Rossi un problema è rappresentato dal terzo incomodo per eccellenza: non l’amante ma la suocera. E parte “Io, mammeta e tu“, seguita da accenni dei musicisti a “Ho visto Maradona” e altri brani dedicati alle mamme.
Finale di ‘SereNata a Napoli’ con Reginella e il bis sulle note di Tammurriata nera
Sul finale di ‘SereNata a Napoli‘, Serena Rossi ricorda come era iniziato il suo spettacolo:
“Morire non ne vale mai la pena, né per guerra né per amore. Accendete tutti le torce dei cellulari per far sentire a Partenope “Reginella“. Lei non ci vuole perdonare più….”.
Ma ecco che invece Partenope si fa sentire con la sua voce. Il sipario si chiude ma il pubblico chiede un bis. Serena Rossi rientra in scena, si toglie le scarpe, e canta con gli spettatori in piedi “Tammurriata nera“.
In platea c’è anche Maurizio De Giovanni autore di ‘Mina Settembre‘, sempre pronto ad applaudirla in tv così come a teatro. Perché Serena Rossi è un’artista poliedrica che sa recitare e cantare, mostrando la sua anima. L’anima della vera Partenope.









