S.W.A.T. – Squadra speciale anticrimine 2: un action poliziesco schiavo dei cliché – Recensione

S.W.A.T. - Squadra speciale anticrimine 2

Il sergente Paul Cutler è un ufficiale S.W.A.T. di Los Angeles dal curriculum impeccabile: ex militare, detiene il record di dieci anni consecutivi senza ostaggi morti durante le operazioni a cui ha preso parte. Dopo l’ennesima missione conclusa con successo, viene inviato a Detroit per addestrare la squadra locale, secondo un nuovo programma formativo ispirato all’Hostage Rescue Team dell’FBI. L’assegnazione si rivela immediatamente complicata: il capitano del dipartimento è restio alla sua autorità, gli agenti guardano il nuovo arrivato con diffidenza e la situazione non migliora quando il protagonista impone da subito il proprio sistema di rigide regole.

In S.W.A.T. – Squadra speciale anticrimine 2, mentre Cutler inizia ad adattarsi al nuovo incarico e comincia a frequentare la psicologa della polizia Kim Byers, una chiamata di routine per una situazione di pericolo si trasforma in tragedia. La fidanzata del presunto sequestratore Walter Hatch si uccide durante l’intervento e questi, ex agente governativo, giura vendetta contro Cutler e i suoi uomini, dando il via a una campagna di terrore psicologico che porterà il protagonista a fare i conti con i propri demoni.

S.W.A.T.: un ritorno non richiesto – recensione

Direct-to-video del 2011 diretto da Benny Boom, regista principalmente noto per videoclip musicali e spot pubblicitari, il film è un sequel standalone del ben più ambizioso S.W.A.T. (2003) con Colin Farrell e Samuel L. Jackson, anche se i legami con quella pellicola restano puramente nominali: nessun membro del cast originale fa qui ritorno e non vi sono riferimenti diretti al predecessore.

Basato come l’originale sull’omonima serie andata in onda a metà degli anni Settanta, S.W.A.T. – Squadra speciale anticrimine 2 è un action movie senza arte né parte, i cui evidenti limiti di budget emergono chiaramente nel corso dell’ora e mezza scarsa di visione. Limiti che procedono di pari passo con quelli di una sceneggiatura che forza la mano in più occasioni – il suicidio della compagna di colui che diventerà poi l’effettivo villain risulta alquanto inspiegabile – nel tentativo di innescare la resa dei conti tra i due personaggi principali, interpretati rispettivamente dal monolitico Gabriel Macht e da un più azzeccato Robert Patrick nei panni di un sadico in cerca di vendetta.

Uno per tutti, tutti per uno

Dopo un primo atto intento a stabilire le dinamiche interne alla squadra, tra antipatie e amori nascenti, la seconda metà si allontana progressivamente da ogni logica di verosimiglianza per concentrarsi sulla sfida senza esclusione di colpi tra le due figure chiave, ben presto protagoniste di una sorta di moderno western urbano. D’altronde, negli Stati Uniti sparatorie ed esplosioni sembrerebbero essere all’ordine del giorno ed ecco perciò che questa premessa da pura serie B di genere dilaga sempre più nella convulsa narrazione.

Uno dei difetti più evidenti del film risiede nella scrittura dei dialoghi, generici al punto da sembrare il prodotto di un algoritmo addestrato sui peggiori cliché del poliziesco. I personaggi non parlano come esseri umani, ma come contenitori di frasi fatte, sospesi in una convenzione che oscilla tra spavalderia e autoironia, lasciando ben poco spazio all’immaginazione. Per un film che non sa se prendersi sul serio o “svaccare” del tutto nella propria anima volutamente trash, restando in un limbo di puro anonimato.

Conclusioni finali

Un sequel uscito direttamente per il mercato home video – parliamo del 2011 – che tenta di capitalizzare sul nome del predecessore, il già non certo memorabile S.W.A.T. del 2003. Un ufficiale dal curriculum perfetto si ritrova ad addestrare colleghi apparentemente inesperti in un’altra città, salvo dover affrontare qualcuno deciso a fargliela pagare per l’unica missione conclusasi in tragedia.

Robert Patrick, nelle vesti di villain manipolatore, resta l’unico vero motivo di potenziale interesse in una sceneggiatura inverosimile, che sacrifica la caratterizzazione dei personaggi sull’altare di un ipotetico divertimento usa e getta. S.W.A.T. – Squadra speciale anticrimine 2 si smarrisce così nei cliché più scontati dell’action poliziesco, con limiti di budget e di stile che (non) fanno il resto.

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