“Il mio nome è Carlo”, intervista a Samuele Carrino: “Da Carlo Acutis la lezione che i social possono essere usati per fare del bene. Ora sogno un film d’azione”

Samuele Carrino - Carlo Acutis

Un appuntamento imperdibile attende il pubblico di Canale 5. Domenica 27 settembre, in prima serata su Canale 5, andrà in onda “Il mio nome è Carlo”, l’atteso film TV diretto da Giacomo Campiotti. La coproduzione RTI e Movie Magic International ripercorre in 100 minuti l’esistenza straordinaria di Carlo Acutis attraverso tre tappe fondamentali della sua vita, all’età di 6, 11 e 15 anni. Girata tra Milano, città in cui Carlo è cresciuto, e Assisi, luogo simbolo della sua profonda esperienza spirituale, la fiction vede protagonisti il giovane talento Samuele Carrino nei panni di Carlo quindicenne e Lucia Mascino nel ruolo della madre, Antonia Salzano, su una sceneggiatura firmata dallo stesso Campiotti insieme a Carlo Mazzotta.

Noi di SuperGuida TV abbiamo intervistato in esclusiva Samuele Carrino. Il giovane attore ha spiegato quanto sia impegnativo portare sullo schermo personaggi reali: “Trattandosi di una storia vera e di un ragazzo realmente esistito, la responsabilità è sempre enorme. Avendo già interpretato un ruolo importante come quello di Andrea Spezzacatena, il peso sulle spalle si fa sentire. Ciò che mi ha aiutato tanto è stato capire che Carlo era un ragazzo semplice: ha dimostrato che, con piccole azioni e gesti di bene, si può arrivare a fare tantissimo in tutto il mondo”. Il lavoro sul set, svolto sotto la regia di Giacomo Campiotti, ha richiesto mesi di preparazione minuziosa per restituire un’interpretazione autentica e priva di edulcorazioni: “Sul set abbiamo preso questa storia con i guanti, essendo comunque un personaggio importante e difficile. La mamma di Carlo ad un festival mi mandò un bellissimo vocale dove mi faceva i complimenti, dicendomi che sono riuscito a interpretare suo figlio senza mai farlo sembrare finto o ridicolizzare la storia”. 

Un tema centrale nell’esperienza artistica di Samuele è l’impatto della tecnologia e della comunicazione digitale sulla vita dei ragazzi. Confrontando i progetti a cui ha preso parte, l’attore evidenzia le due facce della medaglia: “In un film come Il ragazzo dai pantaloni rosa, Andrea si è dovuto prendere tutto il male dei social, cioè quello di essere presi di mira. Con Carlo Acutis, invece, si scopre il lato buono: un ragazzo semplice che ha fatto tanto bene tramite i social. Sono due storie che da un certo punto di vista si accomunano, perché dimostrano come i social siano un’arma a doppio taglio”. 

In merito al dibattito attuale sull’uso delle piattaforme digitali tra i giovanissimi, Carrino precisa: “Secondo me non c’è un’età per i social; bisogna insegnare ad usarli, avere una consapevolezza in più e un occhio di riguardo. Bisognerebbe far capire ai ragazzi che si può fare tanto male anche solo mettendo un commento, un like o un repost a qualcosa di sbagliato”. 

Attualmente impegnato a Maratea sul set della serie TV Il medico di tutti al fianco di Rocco Papaleo, Samuele Carrino guarda al futuro con ambizione e umiltà: “La volontà di costruire una carriera all’estero c’è, è un po’ il sogno proibito. In generale spero di continuare su questa strada, di alzare sempre di più l’asticella rimanendo coi piedi per terra. Un ruolo che sogno tantissimo? Mi piacerebbe fare un film d’azione e interpretare Spider-Man: forse rimarrà un sogno nel cassetto, o magari no”. 

“Il mio nome è Carlo”, intervista esclusiva a Samuele Carrino

Samuele, interpretare un personaggio straordinario come Carlo Acutis ti ha fatto sentire una responsabilità particolare? Come hai vissuto questa esperienza?

Trattandosi di una storia vera e di un ragazzo realmente esistito, la responsabilità è sempre enorme. Avendo già interpretato un ruolo importante come quello di Andrea Spezzacatena, il peso sulle spalle si faceva sentire. Ciò che mi ha aiutato tanto è stato capire che Carlo era un ragazzo semplice: ha dimostrato che, con piccole azioni e gesti di bene, si può arrivare a fare tantissimo in tutto il mondo.

Come ti sei preparato per entrare nel ruolo e cosa hai scoperto su di lui durante le riprese?

Conoscevo la sua storia, ma non nei dettagli. Appena ho saputo che lo avrei interpretato, mi sono documentato guardando i video che lui stesso ha pubblicato sui social. Quei filmati mi hanno trasmesso molto, e il regista Giacomo Campiotti mi ha dato una grande mano durante i diversi mesi di preparazione. La cosa che mi ha colpito di più è come un ragazzo così semplice sia riuscito a fare del bene attraverso i social, uno strumento così attuale. Ha scoperto il lato positivo di questo mezzo. La cosa che mi ha più spiazzato, arrivando dal film su Il ragazzo dai pantaloni rosa in cui Andrea ha subito il lato oscuro dei social, è stato constatare come queste due storie si accomunino pur mostrando le due facce della stessa medaglia.

Secondo te cosa può dire Carlo Acutis ai ragazzi di oggi?

Può far comprendere che i social sono un’arma a doppio taglio. Permettono di fare cose bellissime, come stringere amicizie in tutto il mondo, ma possono essere usati nel modo sbagliato. Bisogna saperli utilizzare e lanciare sempre messaggi positivi.

Hai avuto modo di incontrare o parlare con la famiglia di Carlo durante la preparazione del film?

Non ho ancora incontrato la mamma ma l’ho conosciuta indirettamente: ad un festival mi ha inviato un bellissimo messaggio vocale di complimenti. Mi ha detto che sono riuscito a interpretare suo figlio senza mai risultare finto o ridicolizzare la storia. Sul set abbiamo affrontato questo progetto con la massima delicatezza, sapendo di trattare un personaggio importante e complesso.

Qual è stata la scena più intensa da girare sul set?

Sicuramente quella della sua morte. Eravamo in un vero ospedale, in un reparto di terapia intensiva, e nella stanza accanto c’erano persone che stavano davvero male. C’era un rispetto e una quiete incredibili sul set. Quando siamo tornati in hotel quel peso si faceva ancora sentire. È stata una scena molto pesante dal punto di vista emotivo, anche perché Carlo era con la sua mamma e, avendo io un bellissimo rapporto con la mia, la cosa mi ha toccato particolarmente.

Si parla molto di vietare i social ai minori di 15 anni. Tu cosa ne pensi?

Secondo me non c’è un’età esatta. Esiste un’età minima, ma la chiave è insegnare ai giovani come usarli con maggiore consapevolezza. Serve un occhio di riguardo da parte di genitori e ragazzi. Non saprei indicare un limite anagrafico preciso per piattaforme come Instagram, TikTok o Facebook, ma bisognerebbe educare i giovani a capire che un semplice commento, un like o un repost sbagliato possono fare molto male.

Come riesci a conciliare lo studio con il lavoro da attore?

Frequento il quarto anno del liceo Scienze Umane Economico Sociale. Essendo una scuola privata, i professori sono molto comprensivi e mi vengono incontro tramite videolezioni o tutoraggio direttamente sul set. A fine anno ho poi l’obbligo di sostenere un esame con una commissione esterna da cui dipende la pagella finale.

Cosa sogni per il tuo futuro professionale? Ti piacerebbe una carriera all’estero?

Costruire una carriera all’estero è un po’ il sogno proibito, ma in generale spero di continuare su questa strada, lavorando con costanza e alzando sempre di più l’asticella, rimanendo coi piedi per terra. Sento il bisogno di andare avanti e fare ciò che amo.

Progetti attuali e ruoli che vorresti interpretare in futuro?

Attualmente sono sul set della serie TV Il medico di tutti, che stiamo girando a Maratea con Rocco Papaleo: interpreto un ruolo diverso rispetto a quelli finora interpretati. Un sogno nel cassetto è fare un film d’azione e, magari, interpretare Spider-Man. Chissà se rimarrà solo un sogno o no.

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Mi chiamo Giulia e sono nata a Roma il 23 febbraio 1990. Amo scrivere e il mondo dello spettacolo è la mia passione. Oltre alla scrittura, sono una divoratrice di libri e mi diverto a strimpellare al pianoforte. Collaboro per alcuni settimanali per cui realizzo interviste a personaggi famosi. Comunicare mi ha aiutato a superare il blocco della timidezza e ad acquistare maggiore sicurezza. Apprezzo le persone umili e sincere e detesto invece le persone vigliacche. Un’altra mia grande passione è la danza classica che ho studiato sin da quando ero bambina. Il mio sogno più grande l’ho realizzato qualche anno fa entrando al Teatro La Scala nel giorno del mio compleanno. Vedere ballare insieme i miei due idoli della danza, Roberto Bolle e Svetlana Zackarova, è stata un’emozione incredibile.