“Il mio nome è Carlo”, intervista al regista Giacomo Campiotti: “Carlo Acutis il santo della porta accanto, con il film racconto la sua verità e la straordinarietà del quotidiano”

Giacomo Campiotti

A un anno dalla sua canonizzazione, Canale 5 omaggia la figura straordinaria di Carlo Acutis con la prima visione assoluta del film tv “Il mio nome è Carlo”, in onda domenica 27 settembre alle 21:30 e disponibile in streaming su Mediaset Infinity. Diretta da Giacomo Campiotti e scritta dal regista insieme a Carlo Mazzotta, la fiction ripercorre la vita del “Santo di Internet” attraversando tre momenti chiave della sua crescita: dall’infanzia a sei anni, ai suoi undici, fino all’adolescenza e al primo anno di liceo. Il film parte dalla dimensione più intima e quotidiana di Carlo, la scuola, la famiglia, le passioni tipiche dei suoi coetanei, per raccontare un rapporto con la fede profondo e unico, destinato a cambiare la sua vita e quella di chi lo circonda. Nel cast, Samuele Carrino veste i panni di Carlo quindicenne, affiancato da Lucia Mascino nel ruolo della madre Antonia Salzano, in un racconto girato nei luoghi simbolo della sua esistenza, tra Milano e Assisi.

Noi di SuperGuida TV abbiamo intervistato in esclusiva il regista Giacomo Campiotti. Parlando della chiave di lettura scelta per raccontare la vita di Carlo Acutis, il regista ha spiegato come la storia sia nata da una ricerca approfondita e dal contatto diretto con chi lo ha conosciuto davvero: “Dopo aver letto quello che c’era su internet e nei libri, ho sentito l’esigenza di cercare testimoni reali: ho parlato con i professori, con le suore, con il suo domestico e con gli amici. Da lì è nata la struttura del film. Ho voluto far emergere due aspetti fondamentali: da una parte la purezza di questo bambino di 4-5 anni, aperto al mondo, curioso, non giudicante e molto legato alla dimensione spirituale e al soprannaturale. Dall’altra parte, il ragazzo e l’accettazione profonda della propria morte, il sacrificio. Nel giro di tre o quattro giorni gli viene diagnosticata una leucemia fulminante e lui, invece di essere arrabbiato o disperato come qualunque adolescente, accetta questo destino. Carlo è un santo moderno, vicino a noi, il “santo della porta accanto” come dice Papa Francesco, un vero canale tra i fedeli e il Signore che oggi è più vivo che mai”.

Un lavoro che ha richiesto una grande sensibilità nella direzione degli attori, in particolare del giovane protagonista Samuele Carrino: “In una storia così minimalista, dove non c’è un plot ad effetto che ti inchioda, tutto il peso è sulle spalle degli attori, nei loro sguardi, nei non detti e nella verità dei sentimenti. Con Samuele ci conosciamo da una vita, ha esordito con me nel suo primo film e c’è un grande rapporto di fiducia: si è lasciato guidare per mano ed è arrivato ad una somiglianza quasi inquietante. Poi ho trovato due bambini stupendi per interpretare Carlo nei suoi primi anni di vita, compreso un piccolo attore davvero speciale e accogliente”.

Sull’impatto che la figura di Carlo Acutis può avere sulle nuove generazioni e sul suo rapporto con i media digitali, Campiotti sottolinea: “Carlo è fortunatamente controcorrente, una voce isolata e necessaria in un momento storico così scuro. Non è un santo sul piedestallo né un moralista, ma un ragazzo allegro, generoso e sempre sorridente. Ha intuito subito la straordinaria potenzialità del web se utilizzato nel modo giusto, mandando messaggi positivi e di speranza anziché insulti o cattiverie”.

Infine, il regista ha condiviso i momenti più intensi vissuti sul set durante le riprese: “Dal punto di vista emotivo, la scena finale è stata fortissima per tutti: quando si apre la porta ed entra il bambino piccolo con la cartellina al posto della bara. Un’altra scena chiave a cui sono molto legato è quella in chiesa con la madre e il sacerdote, quando la madre ha la premonizione della morte vedendo la Madonna Addolorata e capisce di essere chiamata a questo mistero. In quel momento, sul set, abbiamo cercato e trovato una verità profonda”.

“Il mio nome è Carlo”, intervista esclusiva al regista Giacomo Campiotti

Giacomo, qual è stata la chiave di lettura principale nel raccontare la vita di Carlo Acutis? Come hai elaborato la sua storia?

Dopo aver letto quello che c’era su internet e sui libri, ho sentito l’esigenza di approfondire cercando testimoni reali che l’hanno conosciuto: i professori, le suore, il suo domestico e qualche amico. Da lì ho sviluppato la storia del film. Ho cercato di far emergere due aspetti principali: da un lato la purezza e l’innocenza del bambino di 4-5 anni, curioso, non giudicante e aperto alla dimensione spirituale e al soprannaturale. Dall’altro, l’accettazione della morte e il sacrificio da parte del ragazzo. In soli tre o quattro giorni gli viene diagnosticata una leucemia fulminante, e lui, invece di essere arrabbiato o disperato come qualunque adolescente, accetta questo sacrificio. Carlo è un santo moderno, vicinissimo a noi, “della porta accanto” come dice Papa Francesco: un canale tra i fedeli e il Signore che oggi è più vivo che mai.

Ti sei concesso qualche libertà narrativa o hai mantenuto una fedeltà assoluta ai fatti?

Ho fatto di tutto per mantenere il film nei binari della verità ed evitare l’agiografia. Ho cercato di raccontare le cose più vere, trovando la loro profondità e straordinarietà nelle pieghe degli elementi più semplici.

Come hai lavorato con gli attori per farli calare nei loro personaggi, in particolare con Samuele Carrino?

È una storia quasi minimalista dove tutto avviene tra le righe: non c’è un plot che ti inchioda, per cui il peso era tutto sulle spalle del cast, negli sguardi, nei non detti e nella verità dei sentimenti. Il lavoro principale è stato proprio cercare insieme a loro questa verità ed emozione. Con Samuele ci conosciamo da una vita, avendo esordito con me. Si è lasciato guidare per mano e piano piano è arrivato a una somiglianza quasi inquietante. Poi ho trovato due bambini stupendi per interpretare Carlo da piccolo, oltre a un ottimo cast per la madre e il sacerdote.

Nel film è molto centrale il rapporto madre-figlio, ma hai dato grande spazio anche alla figura del domestico. Come mai questa scelta?

Sì, ho parlato più volte con la mamma di Carlo e il loro rapporto è ovviamente centrale nel film. Però mi piaceva aggiungere un personaggio esterno alla famiglia come il domestico: rappresenta un po’ noi spettatori, che ci facciamo conquistare dalla storia di Carlo fino ad arrivare alla conversione.

Cosa può raccontare oggi la storia di Carlo ad un adolescente?

Tantissimo. Carlo è fortunatamente controcorrente, una voce isolata e necessaria in un momento così scuro. La sua normalità e il suo essere sempre allegro e non giudicante possono far porsi molte domande ai ragazzi di oggi. Inoltre ha capito subito le potenzialità del web se usato in modo positivo, lanciando messaggi di speranza anziché insulti o cattiverie.

C’è stata una scena più difficile o emozionante da girare?

Dal punto di vista emotivo sicuramente il finale: quando si apre la porta ed entra il bambino con la cartellina al posto della bara è stato un momento fortissimo per tutti. Un’altra scena chiave che amo molto è quella in chiesa con la madre e il sacerdote, quando la madre ha la premonizione della morte vedendo la Madonna Addolorata e capisce di essere chiamata a questo mistero.

Avendo raccontato spesso le vite dei santi sullo schermo, che idea ti sei fatto della santità?

I santi sono molto più vicini a noi di quanto pensiamo. Se li mettiamo su un piedestallo diventa quasi comodo dire “lui è un santo, io non sono nessuno”. Invece questi personaggi ci mostrano che la santità sta nel mantenere il timone verso la giustizia e la verità nelle cose di tutti i giorni. Come diceva San Filippo Neri, il santo è un peccatore che non molla mai: nessuno è perfetto, l’importante è rialzarsi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Attualmente sto girando la seconda stagione de La ricetta della felicità. Poi ho il grande sogno di realizzare un film su San Giuseppe da Copertino: ho già scritto la sceneggiatura, è una commedia che fa ridere e commuovere su un santo straordinario, ma per ora non c’è ancora nulla di definitivo sulla produzione.

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Mi chiamo Giulia e sono nata a Roma il 23 febbraio 1990. Amo scrivere e il mondo dello spettacolo è la mia passione. Oltre alla scrittura, sono una divoratrice di libri e mi diverto a strimpellare al pianoforte. Collaboro per alcuni settimanali per cui realizzo interviste a personaggi famosi. Comunicare mi ha aiutato a superare il blocco della timidezza e ad acquistare maggiore sicurezza. Apprezzo le persone umili e sincere e detesto invece le persone vigliacche. Un’altra mia grande passione è la danza classica che ho studiato sin da quando ero bambina. Il mio sogno più grande l’ho realizzato qualche anno fa entrando al Teatro La Scala nel giorno del mio compleanno. Vedere ballare insieme i miei due idoli della danza, Roberto Bolle e Svetlana Zackarova, è stata un’emozione incredibile.