Relay: un thriller sul silenzio e sull’ascolto che funziona a metà – Recensione

Relay

Tom lavora nell’ombra e dell’ombra ha fatto una professione. Non utilizza nessun nome reale, non lascia nessuna traccia dietro di sé, comunica tramite telefoni usa e getta: la sua vita è quella di un intermediario specializzato nel trattare con compagnie multinazionali, con avvocati corrotti e whistleblower che rischiano la vita dopo aver scoperto informazioni compromettenti.

Il protagonista di Relay si trova impegnato in una nuova missione quando accetta di aiutare la giovane Sarah, spaventata a morte dopo aver sottratto dei documenti compromettenti a una potente azienda farmaceutica, ora intenzionata a insabbiare tutto minacciandola direttamente. Quella che inizialmente sembrava una normale operazione si trasforma in una serie di inseguimenti e intercettazioni che porteranno Tom a prendere decisioni difficili, spingendolo anche a fare i conti con i propri personali traumi.

Relay: tra il dire e il fare – Recensione

La sceneggiatura di Justin Piasecki era stata inserita nella Black List (la lista dei migliori script non ancora portati su grande schermo) del 2019 e in effetti per larga parte Relay funziona a livello narrativo, innescando un congegno preciso e metodico che riesce a farci entrare con una certa disinvoltura in dinamiche non propriamente semplicissime.

Il grande classico al quale il regista David Mackenzie – che ricordiamo per l’exploit di Hell or High Water (2016), candidato forse un po’ generosamente a quattro Oscar nella relativa edizione – si ispira è palese per qualsiasi cinefilo, ovvero il seminale La conversazione (1974) di Francis Ford Coppola. Un film che faceva dell’ossessione per la sorveglianza e l’identità smarrita il suo cuore pulsante, e che qui almeno nella prima parte viene omaggiato e aggiornato con una discreta carica tensiva e introspettiva.

Un prima e un dopo

Il problema principale è in quell’ultimo atto che sacrifica l’atmosfera per inscenare un più canonico impianto da action-thriller hollywoodiano, con inseguimenti e sparatorie che riconsegnano Relay ad una più modesta e prevedibilità medietà contemporanea.

Quando il plot deve risolversi in una soluzione più o meno definitiva, viene abbandonata la disciplina formale che lo aveva reso così efficace, forzando la mano verso un epilogo che aggiunge improbabili voltafaccia. Anche la gestione stessa delle ambientazioni cambia, dapprima luogo di insidia e potenziale pericolo che si cela dietro ogni anfratto, infine palcoscenici per scorribande e corse a perdifiato con pistola in mano.

Un netto cambio tonale che rischia di spiazzare quel pubblico che, dopo la prima ora, aveva sperato in qualcosa di diverso da quanto si vede fin troppo spesso negli ultimi anni, in particolar modo in quel mercato streaming che tutto permette senza far molto caso alla qualità o all’intelligenza degli spettatori. Che qui, per almeno un’ora di visione, possono godere di una narrazione intelligente, che purtroppo non si fida totalmente delle proprie carte per cedere a un qualcosa di più convenzionalmente anonimo.

Conclusioni finali

Riz Ahmed brilla in un ruolo che gli calza a pennello, soprattutto quando si limita a osservare e comunicare a distanza per proteggere la malcapitata “gola profonda”, finita nel mirino di una multinazionale pronta a tutto pur di salvaguardare i propri interessi. E Relay, almeno per la prima metà, va di pari passo con la presenza silenziosa del suo protagonista.

L’ultima mezzora rischia però di compromettere quanto di buono costruito fino a quel momento a livello di atmosfera e cura dei personaggi, cedendo alla facile tentazione del colpo di scena di troppo e di una verve action che non era strettamente necessaria. Un inciampo all’ultimo respiro che lascia l’amaro in bocca a chi aveva sperato di trovarsi davanti a qualcosa di più originale, ovvero un thriller pronto a fidarsi del silenzio e di quanto in esso è celato.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.