Peppe Iodice al BCT Festival: “Se incontrassi oggi Teo Mammucari lo abbraccerei e gli augurerei il meglio. Stefano De Martino a Sanremo? La scelta più lungimirante dello spettacolo italiano”

peppe iodice foto Antonio Guastafierro
Foto Antonio Guastafierro

Al BCT – Festival Nazionale del Cinema e della Televisione di Benevento, Peppe Iodice si racconta a tutto tondo: dal caso che lo ha visto protagonista a Domenica In con Teo Mammucari alla filosofia che anima Peppy Night, passando per il mito di Massimo Troisi, la precarietà del mestiere dell’artista e l’amicizia con Stefano De Martino, prossimo conduttore del Festival di Sanremo. Un’intervista sincera, ironica e ricca di spunti, nel segno della comicità e della passione per il proprio lavoro.

Intervista a Peppe Iodice al BCT – Festival Nazionale del Cinema e della Televisione di Benevento

Peppe, non possiamo non partire da quanto accaduto a Domenica In con Teo Mammucari. Sono passati alcuni mesi. Che riflessione fai oggi su quella vicenda? E c’è qualcosa che ti ha ferito particolarmente, anche per le reazioni sui social?

Guarda, ti dico sinceramente che non mi ha ferito nulla. Quella domenica ero soprattutto stupito, perché non me l’aspettavo e perché mi sembrava tutto molto surreale. Io ero lì con un solo obiettivo: promuovere il mio film. Mara Venier mi aveva invitato con un affetto incredibile, cosa che tengo sempre a sottolineare, e il film sarebbe uscito pochi giorni dopo. Avevo la testa completamente concentrata su quello. Tra l’altro ho sempre avuto una grande stima per Teo Mammucari. Dopo quell’episodio non ci siamo più sentiti né incontrati, ma davvero non provo alcun rancore nei suoi confronti. Anzi, gli auguro le cose più belle possibili perché è una persona di talento.

Credo che quel giorno si sia creato un cortocircuito, qualcosa che non ha funzionato. C’è chi ha sostenuto che fosse tutto preparato, ma come si può pensare una cosa del genere? Stavo promuovendo il mio primo film, un progetto importantissimo per me. Se avessi accettato una situazione del genere volontariamente sarei stato un folle. Oggi, a distanza di mesi, se incontrassi Teo lo abbraccerei e gli augurerei il meglio. È stata una situazione surreale, questo sì, e credo sia giusto dirlo. Non era nemmeno una situazione che faceva ridere. Qualcuno ha detto che fosse una battuta, ma una battuta dovrebbe far ridere. Se non fa ridere diventa semplicemente un’interruzione della promozione di un film. Poi Mara Venier è stata straordinaria perché mi ha invitato nuovamente la settimana successiva e alla fine ho avuto persino più spazio per parlare del progetto. Quindi davvero non ho nessun attrito nei confronti di Teo.

A proposito di situazioni surreali, in Peppy Night sei famoso per creare incontri improbabili tra personaggi molto diversi. C’è qualche accoppiata che ha sorpreso anche te?

Quella è proprio l’anima di Peppy Night. Mi diverte mettere insieme persone che nessuno immaginerebbe mai di vedere nello stesso contesto e osservare cosa succede. L’obiettivo è sempre uno: far ridere. In tutti i miei spettacoli c’è il pubblico davanti a me e io devo far divertire le persone. Uno degli esempi che mi ha sorpreso di più è stato Fabrizio Corona. Non pensavo che tra noi potesse nascere un feeling comico così forte. Abbiamo fatto diverse puntate insieme e il risultato, dal punto di vista della comicità, è stato potentissimo. Io ero davvero felice di ciò che stava accadendo. Non mi interessava giudicare le sue dichiarazioni o la sua figura pubblica.

Mi interessava l’intreccio comico e Fabrizio, da quel punto di vista, è stato una spalla straordinaria. Poi ci sono stati incontri davvero assurdi e bellissimi. Penso a Morgan e Gigione che hanno duettato insieme creando qualcosa di incredibile. Ricordo Gigione che chiedeva a Morgan: “Tu la conosci la Gigiomania?” e Morgan che rispondeva: “Ma chi è?”. Oppure Jimmy Sax con Joe Donatello. Sono questi incontri a divertirmi. Quando faccio Peppy Night non penso mai di essere in televisione. Mi sembra di stare a casa con le persone presenti al Teatro Troisi. Se mi diverto io, sono già soddisfatto. E nel 99% dei casi, se mi diverto io, si divertono anche gli altri.

Hai citato il Teatro Troisi. Che rapporto hai con Massimo Troisi?

Purtroppo non l’ho mai conosciuto. Però per tredici anni ho vissuto praticamente a due passi da lui, a San Giorgio a Cremano. Lì la presenza di Troisi si respira ovunque. Per me Troisi era un genio assoluto. Se dovessi fare un paragone, era come Maradona nel calcio. Non si può spiegare. Non bastano trasmissioni, libri o documentari per spiegare davvero chi fosse. 

Quando sento parlare di “eredi di Troisi” mi viene da sorridere, perché Troisi non può avere eredi, esattamente come Maradona non può avere eredi. Sono fenomeni irripetibili. Ci sono tantissimi artisti bravissimi oggi, ma chi pensa di poter essere l’erede di Troisi dovrebbe forse farsi vedere da uno specialista. E se a dirlo è qualcun altro, allora bisogna portare dallo specialista chi lo sostiene. Troisi appartiene a una categoria a parte.

Parliamo della precarietà nel mondo dello spettacolo. È un tema che emerge spesso nelle testimonianze degli artisti. Tu come l’hai vissuta?

L’ho vissuta eccome. Considerando la lunghissima gavetta che ho fatto, puoi immaginare quanta precarietà abbia attraversato. Però penso che faccia parte del percorso. Anzi, in certi casi è persino utile perché seleziona chi ha davvero voglia di fare questo mestiere. Oggi esistono i social, i talent show, i reality. Tutto sembra più veloce e immediato. Ma la precarietà serve a capire se dentro di te c’è davvero questa necessità. Io non ho mai avuto un piano B. Forse so fare soltanto questo. Quindi anche nei momenti più difficili ho continuato ad andare avanti. Chi cerca soltanto la notorietà spesso si ferma davanti agli ostacoli. La precarietà, invece, aiuta a distinguere chi ama davvero questo lavoro da chi cerca soltanto visibilità. Naturalmente non deve essere eterna, ma come fase di crescita la considero molto formativa.

Un’ultima domanda su Stefano De Martino, tuo amico e conterraneo, che si prepara a condurre il Festival di Sanremo. Che giudizio dai di questa scelta?

Cercando di mettere da parte il fatto che Stefano sia un mio amico, penso che sia una delle scelte più lungimiranti fatte dallo spettacolo italiano negli ultimi anni. Stefano è davvero bravo, è un talento autentico. Ma soprattutto è una persona che studia tantissimo. È serio, preparato e lavora con grande dedizione. È giovane anagraficamente, ma ha una maturità enorme. Conosce la storia della televisione, dello spettacolo e del Festival di Sanremo in maniera impressionante.

La sua giovane età è soltanto un vantaggio. Un Festival come Sanremo richiede energie enormi e lui ha tutte le qualità per affrontarlo nel migliore dei modi: talento, intelligenza, cultura televisiva e capacità di lavoro. Io non lo sento da un po’, anche perché da quando è uscita la notizia tutti mi fermano chiedendomi se parteciperò al Festival. È diventato quasi un tormentone.

Ma proprio perché gli voglio bene e lo rispetto profondamente, l’ultima cosa che farei sarebbe metterlo in difficoltà. Stefano deve fare il Sanremo che desidera e che ritiene giusto fare. E sono convinto che sarà il Sanremo giusto, perché lui ha sempre dimostrato di saper fare le scelte corrette. Se un giorno dovesse pensare che io posso essergli utile, allora correrei da lui ad abbracciarlo e a fare qualsiasi cosa mi chiedesse. Mi fido ciecamente del suo talento e della sua visione.