Il racconto si svolge nell’arco di una singola giornata e ha per protagonisti i fratelli Akin e Remi – rispettivamente di otto e undici anni – mentre accompagnano il padre Folarin dal villaggio delle campagne dove vivono alle strade brulicanti di Lagos. Lì il genitore deve recuperare sei mesi di stipendi arretrati non pagatigli, che il datore di lavoro ha continuato a rimandare sfruttando la scusa dell’instabilità politica.
In My father’s shadow infatti sullo sfondo le radio e le televisioni trasmettono le notizie dei massacri compiuti dalle forze militari, mentre la popolazione intera attende il risultato delle elezioni – in sospeso da settimane – che potrebbe forse cambiare per sempre le sorti dell’intera nazione. Quelle 24 ore saranno per i bambini ricche di stimoli ed emozioni, tra momenti felici e altri più drammatici quando intorno a loro comincia a scatenarsi il caos.
My Father’s Shadow: ombre e luci – recensione
Vi abbiamo già parlato su queste stesse pagine di Lizard (2021), anch’esso disponibile su MUBI e nel relativo canale su Amazon Prime Video, e possiamo dire che in quel metaforico coming-of-age in forma di cortometraggio vi fosse già molto. Lì il regista britannico-nigeriano Akinola Davies Jr. aveva disseminato in diciotto minuti i germi di uno stile che sapeva già esattamente cosa voleva essere: un cinema delle sensazioni fisiche e delle memorie corporee, del realismo magico come lingua madre piuttosto che come scelta stilistica, della Lagos anni Novanta come paesaggio interiore prima ancora che geografico.
My Father’s Shadow, esordio nel lungometraggio sceneggiato insieme al fratello Wale, ha confermato il talento di un autore già maturo, come ulteriormente rimarcato al Festival di Cannes 2025 dove ha vinto la Menzione speciale della giuria alla Caméra d’Or e dai riconoscimenti ai premi BAFTA.
Il mondo che vorrei
L’ora e mezzo di visione è di nuovo osservata ad altezza e cuore di bambino, con i due fratelli quale veicolo empatico per quel pubblico pronto a farsi trascinare nelle vicende storiche e sociali di una Nigeria di inizio anni Novanta, scossa da tumulti politici e dalla violenza nelle piazze. La vicenda si prende delle libertà nella gestione della cronologia familiare, in quanto il regista aveva appena in realtà pochi mesi quando il padre morì di epilessia, mentre il primogenito quattro anni. My Father’s Shadow non è così il ritratto di un genitore che conobbero, ma quello che si sono immaginati potesse essere.
Inevitabile che allora il film si tinga di un’avvolgente e dolce amara malinconia, non pretendendo di ricordare ma bensì di sognare ad occhi aperti. Quella giornata a Lagos non è mai esistita per loro ma per migliaia di persone, che hanno attraversato in prima persona quella crisi, ha segnato un passaggio fondamentale. Il padre diventa una sorta di figura mitologica mentre intorno a loro si scatena l’inferno, ancora protettiva di un mondo sospeso tra memoria e utopia, tra speranza e crudeltà, fino a quell’epilogo che esaspera la carica emozionale a rigor di necessaria commozione.
Conclusioni finali
Non è soltanto un film sul dolore della perdita, né un semplice resoconto della Nigeria del 1993: o forse è entrambe le cose e molto di più, una sorta di catarsi da parte dei fratelli Davies – regista uno, sceneggiatore e produttore l’altro – che riversano in My Father’s Shadow la nostalgia per un padre scomparso troppo presto e mai conosciuto veramente.
Un genitore che torna in vita più a lungo nella finzione, all’interno di una narrazione che si addentra nei traumi di un Paese scosso dalle violenze dell’esercito, diventando simbolo di protezione in una città sul punto di precipitare nel caos. Un pomeriggio sospeso, vissuto tra incantata maturità e nuove consapevolezze, destinato a lasciare spazio a una frattura sociale che si fa, inevitabilmente, anche esistenziale.









