Michael: un biopic solo luci e niente ombre – Recensione

Michael

Basterebbe un singolo dettaglio, che fa la sua comparsa già a precedere i titoli di testa, per comprendere immediatamente a quale tipo di operazione ci si trova davanti con Michael: il logo vistoso della Optimum Productions, la società che fu di proprietà dello stesso Michael Jackson, campeggia in apertura, come una sorta di avvertimento su quanto avverrà nelle restanti due ore di visione.

Il film diretto da Antoine Fuqua, i cui tempi di un grande cult quale Training Day (2001) sembrano lontani anni luce, riesce nell’impresa tutt’altro che invidiabile di essere non soltanto prevedibile ma anche “latitante” nel nascondere molti lati oscuri di un personaggio che ha sicuramente fatto la storia della musica che celava molte ombre. Qui si è invece scelto un tono eccessivamente agiografico, che trasforma il percorso umano della star in una storia di favoletta edificante a prova di grandi e piccini.

Michael: essere o non essere – recensione

Un’operazione approvata da alcuni membri della famiglia Jackson, che risultano non a caso tra i finanziatori, ma osteggiato da altri, come la figlia del cantante Paris e la sorella Janet, che hanno accusato di disonestà la sceneggiatura. Nelle vesti del protagonista ha invece recitato il nipote Jaafar Jackson, forse la nota più positiva di tutto l’insieme, capace di restituire una fisicità molto simile al compianto zio.

Il risultato è un’operazione che ha scelto di ignorare i passaggi più scandalistici non tanto per pudore o rispetto, ma per interessi economici. Vero che è annunciata una seconda pellicola dove tali fasi potrebbero ancora essere affrontate, ma l’impressione è quella di non voler irritare la numerosissima fanbase del cantante, che non a caso ha apprezzato accorrendo in massa al cinema per celebrare il proprio idolo.

I controversi passaggi relativi alla tenuta di Neverland, alla malattia della pelle, a quelle pazzie piccole o grandi che MJ non nascondeva vengono minimizzate, con la sua passione per gli animali – da giraffe a scimpanzé, la sua maison diventa una sorta di piccolo zoo – e l’affetto verso i più deboli, bambini o malati che siano, ne esalta il lato più umano e generoso, tralasciando tutto il resto.

Dritti alla meta, senza ostacoli

Quest’aura celebrativa potrebbe essere intravista in diversi dei bio-pic realizzati nel corso degli ultimi anni, ma in Michael si respira un tono estremamente compiaciuto e privo di qualsiasi spirito critico che suona fasullo, quando non schiavo di una furba retorica. La stessa situazione familiare, con le ingerenze di quel padre-padrone, vengono liquidate con qualche litigata più o meno accesa e lo scavo psicologico dell’uomo dietro il mito viene meno, lasciando l’impressione di una caricatura.

A lasciare il segno sono così indubbiamente i diversi numeri musicali, con le coreografie di alcuni dei suoi videoclip più famosi – basti pensare all’iconico mini-film di Thriller firmato all’epoca da John Landis – e le esibizioni sul palco nelle quali Jaafar ha usato realmente la sua voce, poi “fusa” tramite una tecnica speciale con quella di Michael, dove lo spettatore si ritroverà facilmente a battere i piedi a tempo o canticchiare i versi dei ritornelli.

Un approccio più coraggioso avrebbe potuto lasciare che le ambiguità venissero raccontate spingendo chi guarda a interrogarsi su ciò che ha portato a determinate scelte, mentre qua sembra che la semplice lettura di un albo a fumetti di Peter Pan abbia reso MJ quello che è: la prima parte, dedicata all’infanzia con i Jackson 5, è altrettanto schiva dalle zone d’ombra che il feeling encomiastico penetra già nelle crepe di un racconto timido e facilmente scontato.

Conclusioni finali

Michael preferisce tralasciare le ombre per trasformare il protagonista in una figura pressoché sacrale, un’anima innocente per questo mondo crudele e vittima degli eventi. Le contraddizioni e le complessità dell’uomo dietro la star vengono evitate per offrire un biopic celebrativo, pensato per i fan del cantante che infatti sono accorsi in massa al cinema.

Ma se si osserva l’operazione con occhio critico emergono tutte le lacune di un film che, invece di affrontare l’elefante nella stanza, si rifugia dietro l’energia, quella sì innegabile, della musica, trovando nel nipote Jaafar Jackson il veicolo ideale per restituire almeno in parte lo stile del leggendario zio. Peccato che tra una Billie Jean e una Bad manchi la sostanza narrativa.