L’inverno più duro: un horror di atmosfera nel freddo islandese – Recensione

L'inverno più duro

Eva è una giovane vedova che dopo la morte del marito si reca nella remota stazione di pesca di un villaggio islandese di fine Ottocento. Data l’autorità che le spetta di diritto per via del compianto coniuge, guida un gruppo di uomini sempre più logorati dal freddo e dalla mancanza di viveri. L’inverno più duro, titolo italiano che adatta l’originale The Damned, è a conti fatti ben più che un programma.

Quando una nave affonda al largo della costa, la scelta di non intervenire e soccorrere i marinai da parte di Eva e dei suoi compagni di sventura diventa lo snodo narrativo a cui tutto il resto si stringe. Qualcuno muore e i corpi sembrano tornare in vita. Secondo il folklore locale ha avuto inizio la maledizione dei draugr, ovvero i morti che non restano morti, e ben presto il gruppo di pescatori comincia a esserne vittima, tra superstizioni e tragiche circostanze.

L’inverno più duro – ombre nella neve – Recensione

Il cinema horror nordico può contare spesso su dei paesaggi che diventano di fatto veri e propri co-protagonisti. Spazi immensi e suggestivi che sono essi stessa minaccia più o meno esoterica, da rendere superflua qualsiasi exploit sovrannaturale di sorta. Il terrore si cela già in mezzo a quella natura selvaggia e in questo caso il brullo contesto islandese, con quel gelo potenzialmente mortale e quelle distese infinite, è il miglior palcoscenico per la resa dei conti tra il mondo terreno e quello spiritico.

Thordur Palsson, regista islandese noto soprattutto per la serie televisiva I delitti di Valhalla (2019), firma il suo primo lungometraggio cercando di trovare la giusta sintesi tra l’ambientazione e la storia, convincendo però soltanto a tratti. Scopriamo insieme cosa funziona e cosa meno nell’ora e mezzo di visione de L’inverno più duro.

Sfumature in superficie

Il folklore su cosa sia reale e cosa potenzialmente frutto dell’immaginazione viene introdotto con la giusta dose di ambiguità e la tensione tra la miccia esoterica e l’orrore psicologico è il punto forte dell’intera operazione. Meno convincenti appaiono certe ridondanze soprattutto nell’ultimo terzo, con un finale parzialmente forzato e una potenziale sottotraccia romantica calcata senza la necessaria finezza di intenti.

A tratti l’impressione è che sia i personaggi sia la vicenda della quale sono protagonisti siano eccessivamente abbozzati, quasi più preoccupati di incarnare un archetipo della cultura popolare che a vivere di vita propria, schiavi di una serie di eventi che scivolano loro addosso perché così deve andare, senza dare loro il necessario libero arbitrio narrativo.

La gestione delle dinamiche di genere, della costruzione della paura, avviene sempre secondo il medesimo modus operandi: lo jump scare viene cercato tramite qualcosa di indefinito che si muove nell’ombra, con poi rumore e shock improvviso a far deflagrare la tensione accumulata. Una formula abusata che si rivela anche un limite, penalizzando in parte la discreta atmosfera data dal contesto e dalla fotografia che ben cattura il fascino di quei luoghi remoti e dimenticati, anche letteralmente, da Dio.

Conclusioni finali

Un film che promette più di quanto mantiene, soprattutto in una parte finale più irrisolta che risolutiva, che ha però il merito di sfruttare l’intenso fascino di Odessa Young e la malia dei paesaggi invernali islandesi, teatro di quell’orrore inquieto che trascina a fondo le malcapitate vittime di questa maledizione sovrannaturale.

L’inverno più duro è un horror che lavora per accumulo e atmosfera, affidandosi a un paio di prevedibili jump-scare per scuotere dal monotono torpore che rischia di prendere il sopravvento in una narrazione relativamente ciclica. L’ombra del dubbio e la suggestiva ambientazione riescono a coprire i limiti di una sceneggiatura che avrebbe necessitato di una maggior cura dei suoi punti di forza, pur presenti alla base dell’intreccio.