Levante presenta il nuovo album: “Ho capito perché facevo fallire l’amore. La mia sfida? Distruggere l’ego. Il mio Paese? Io sono un po’ in imbarazzo” – Intervista

LEVANTE

Levante torna con un nuovo capitolo della sua vita artistica e personale. Si intitola “Dall’amore, il fallimento e altri passi di danza” e nasce da una domanda tanto semplice quanto difficile: perché alcune relazioni finiscono ancora prima di cominciare davvero? Nel disco la cantautrice attraversa storie, fragilità, incontri mancati e rapporti tossici, fino ad arrivare a una risposta che affonda le proprie radici nel passato.

Un album molto personale, dunque, che coincide con un momento particolare della sua vita: quello in cui Levante, ormai vicina ai quarant’anni, sente il bisogno di fare ordine, di conoscersi meglio e soprattutto di imparare a stare bene.

“Dall’amore, il fallimento e altri passi di danza”: il nuovo album di Levante

Abbiamo incontrato Levante e le abbiamo chiesto di raccontarci questo nuovo lavoro, ma anche il rapporto con sua figlia Alma, l’esperienza vissuta a Sanremo 2026, il cinema e il suo rapporto con il pubblico.

Intervista a Levante

Levante, benvenuta su SuperGuidaTV. Siamo qui per presentare il tuo nuovo album “Dall’amore, il fallimento e altri passi di danza”. Perché accostare la parola “fallimento” alla parola “amore”? Da dove nasce questa esigenza?

Era fondamentale per me accostare amore e fallimento, soprattutto perché il tema di questo disco è il fallimento più che l’amore. Nonostante “amore” sia la prima parola che si incontra nel titolo, quello che ho cercato di indagare attraverso questo disco è stato proprio il motivo per cui arrivasse il fallimento nelle relazioni amorose, perché arrivasse così in fretta e perché fosse quasi come se le relazioni avessero già una data di scadenza.

Ho voluto capire, ripercorrendo alcune storie – non tutte – le modalità con cui finivano o addirittura non iniziavano nemmeno. Penso a “Dark Haney”, penso a “Story Boy”: sono tutti brani in cui c’è un tentativo di qualcosa, ma poi tutto finisce nel nulla. Poi ci sono brani più tossici, come “Castigo”, che racconta una storia tossica, oppure “Sono blu” e “Niente da dire”. Tutte queste canzoni ruotano attorno allo stesso tema, alla stessa domanda: perché faccio finire l’amore e perché lo faccio finire sempre in un modo così simile? Sono partita da questa domanda e alla fine sono anche riuscita a trovare una risposta che non credevo fosse proprio quella. La risposta è “Abissale”.

“Abissale” è la risposta del disco. È arrivata dopo un episodio privato che mi ha scossa molto e che mi ha spinta a scrivere questa canzone. Mi ha portata ad andare molto indietro nel mio passato e a parlare con mio padre, il grande assente della mia vita, che ha condizionato praticamente tutta la mia esistenza. Sono riuscita a capire perché il mio amore falliva e perché lo facevo fallire in quel modo. Sono andata là dove mi era stato insegnato l’amore, nel modo in cui mi era stato insegnato, nei tempi in cui mi era stato insegnato e anche nei tempi in cui mi era stato tolto. In qualche modo ho messo in ordine queste stanze disordinate che sono quelle del mio modo di vivere l’amore.

E cosa hai scoperto di te stessa indagando su questi fallimenti?

Ho scoperto di essere una persona estremamente spaventata dall’abbandono. È un errore, ogni volta, perché in effetti l’ho vissuto da piccola, molto piccola. Quella sensazione del “io ti amo e tu ogni giorno te ne vai all’improvviso” mi spaventa più di ogni altra cosa. Ho capito che il mio vero limite era la sfiducia nei confronti dell’amore. È come lasciarsi andare all’indietro sperando che qualcuno possa prenderti, ma allo stesso tempo cercando di mettere una mano a terra prima di rischiare di cadere. C’è sempre questo “mi fido, ma non troppo”. E questa cosa evidentemente non mi ha concesso di vivere l’amore nel migliore dei modi.

Questo percorso ti ha permesso anche di cambiare il tuo modo di raccontare l’amore?

Non so se mi ha permesso di raccontarlo in un modo diverso. Sicuramente sono andata in maniera molto dichiarata, perché lo dico chiaramente già nel titolo: l’amore, il fallimento. Mi sono concentrata sul discorso amoroso e sul suo fallimento. Sicuramente ho descritto sfumature più precise delle storie. Finalmente mi è capitato di scrivere, per esempio, un brano su due persone che si incontrano tramite un’app di incontri.

A me non è mai successo, certo, perché faccio parte di una generazione che non ha avuto bisogno delle app di incontri, però c’erano MSN, le chat delle regioni, delle città… Quindi riesco comunque a mettermi nei panni di quella situazione. Oppure c’è “Le lingue”, in cui due persone si incontrano in discoteca, ma lei non parla inglese e non parla bene l’italiano. Non ci si capisce, quindi è tutto un “vabbè, domani riparti, ciao”. Ci sono tanti episodi più specifici che non mi era mai capitato di raccontare, almeno non con questa continuità.

C’è un colore simbolo di questo album: l’arancione. Perché questa scelta? E cosa ci racconti della copertina?

L’arancione è un colore che non è arrivato immediatamente. Di solito, quando scrivo i dischi, è quasi sempre così: ho subito il titolo, ho subito il colore, perché attraverso questi due elementi costruisco una mappa e sviluppo il concetto del disco. In questo caso avevo soltanto il titolo, ma del colore non c’era traccia. Dicevo: “Ma di che colore sarà?”. Poi ho capito che era il colore che era mancato a tutte queste storie: la luce arancione del semaforo, quella che avrebbe detto a tutte queste storie “frena, fermati, non andare a schiantarti”. Ed eccolo in copertina.

In più rappresenta anche la combustione solare, il sole che tramonta, la fine del giorno. Era il momento di una giornata più consono al fallimento di una storia. L’ho scelto anche perché è un colore che richiama l’attenzione, come i segnali stradali, come il salvagente, come qualcosa che ti dice: “Attento!”. E questo “attento” è mancato a tutte queste storie.

In che momento arriva questo album della tua carriera e, soprattutto, della tua vita?

Questo album non arriva a caso. Come tutti i miei dischi, si muove in parallelo alla mia vita. Io sono in un momento in cui sono nell’età adulta. Mi sento all’inizio dell’età adulta, sono quasi quarantenne, e non è un caso che io abbia dovuto fare i conti con il mio modo di relazionarmi all’amore. È un’età di passaggio e lo sento. È arrivato il momento della ricerca, del desiderio di consapevolezza, di equilibrio, di benessere. Ho voglia di stare bene, di non complicarmi la vita, di non crogiolarmi nel dolore, di cercare un centro e rimanere in quel centro.

Mi sono data un compito: migliorarmi. Io voglio migliorarmi. La prima cosa che ho fatto, appena ho iniziato a lavorare su me stessa, è stata affiancare alla musica anche un percorso psicoterapeutico, con dottori, life coach, filosofi. Ho coinvolto tante persone attorno a me per migliorarmi e per distruggere l’ego. Ho capito che quella sarebbe stata la mia battaglia da quel momento in poi: distruggere l’ego. Perché io e l’amore non lo so, non mi convinciamo. Noi e l’amore sì. Ho dovuto davvero assottigliare il mio ego e mi ha aiutato tantissimo.

Hai parlato prima dell’assenza di tuo padre. Restando sul tema dell’amore, che madre sei? Come ti definiresti?

Sono una madre che ama tanto, con un grande rispetto anche per la donna. Non mi dimentico di essere anzitutto una donna, però il lavoro di madre mi piace. Adesso che Alma è più grande, ha quattro anni e mezzo, amo il nostro rapporto. Mi piace insegnarle le cose, mi ascolta e ho compreso, grazie alla nostra vita insieme, quanto i bambini siano ricettivi.

Lo sappiamo, ce lo diciamo da sempre: i bambini sono delle spugne. Però finché non lo vedi con i tuoi occhi non lo capisci realmente. Ho notato quanto sia importante il mio ruolo di madre. Lei mi guarda tanto e mi imita tanto. Questa cosa mi migliora, perché voglio essere un buon esempio. Quindi mi comporto bene e cerco di parlarle in un certo modo, di fare con lei discorsi semplici, ma chiari e costruttivi, che le diano delle basi solide. È una spugna anche per me.

Quest’anno sei stata a Sanremo. Sono passati ormai diversi mesi: ripensando a quell’esperienza, che cosa ti resta?

È stata un’esperienza meravigliosa. Sanremo 2026 è stato il più bello per me. Arrivavo un po’ spaventata dai mesi precedenti: avevo avuto una cordite emorragica e avevo paura di non farcela tecnicamente. Poi, per fortuna, è andata bene. Avevo tantissima voglia di stare sul palco, di cantare “Sei tu”. Ero molto fiera di questo brano, di questo testo.

Mi sono divertita tantissimo e me la sono goduta senza nessuna ansia. Quindi è stata un’esperienza da ricordare. Credo anche che abbia un po’ cambiato il percepito su di me da parte del pubblico, perché ha mostrato un aspetto musicale che forse le persone non conoscevano, almeno nel grande pubblico: quello più romantico e anche più performativo dal punto di vista vocale. Ci sono stati tanti elementi che hanno fatto sì che questo fosse un bellissimo Sanremo per me.

Nella tua carriera non c’è solo la musica: ci sono anche il cinema e le serie TV. Che attrice è Levante? Come ti giudichi?

Ma io non sono un’attrice. Sono una che si presta dove serve. Sono una persona creativa e credo di averlo mostrato in tanti modi. Diciamo che questo è il momento della mia vita in cui accolgo i viaggi. Qualcuno mi offre un viaggio e io parto. Mi dico: “Sì, questo è il momento in cui mi dico sì”. Non dico più no. Perché al massimo torno indietro se il viaggio non mi piace. Però parto, vado a vedere se è una cosa per cui vale la pena.

Devo dire che come attrice mi sono divertita tanto. Sono molto istintiva, non ho studiato, quindi quelle poche esperienze cinematografiche che ho fatto le ho affrontate con il mio istinto e con quello che so del palcoscenico. Però è stato bello e lo rifarei assolutamente.

Cosa provi invece quando sali sul palco per cantare e hai davanti il tuo pubblico?

È bellissimo perché quando salgo sul palco, mentre mi fai questa domanda, mi sono rivista mentre salgo e sorrido. Metto su il mio abbraccio e faccio sempre questo gesto, mi sbraccio. Per me è come rivedere un amico. Sai quando vedi un’amica da lontano e le corri incontro? È un po’ quello. Mi sembra di riabbracciare delle persone che mi conoscono, che mi capiscono, che sono pronte a condividere tutto quello che succede in quel momento. È un amico.

Anche perché per me adesso sembra quasi un’abitudine, forse lo è diventata un po’, però che magia è sentire cantare un sacco di persone le tue parole, la tua musica, nel modo in cui le canti tu? È una roba pazzesca. Io volevo fare questa cosa quando avevo nove anni, forse anche prima. Il fatto che a quasi quarant’anni io possa raccontare che faccio quello che sognavo quando avevo sette, otto, nove anni è una cosa enorme per me.

Quindi l’emozione di stare sul palco è sempre estrema. Per fortuna adesso me la godo anche molto di più, perché l’ansia non mi appartiene più: sono molto più serena, molto più centrata. All’inizio mi ricordo che mi esplodeva il cuore e pensavo: “Ma chi me l’ha fatto fare? Perché faccio questo mestiere?”. Avevo paura.

Sei una cantautrice, ma sei anche una persona che si è sempre spesa su diverse battaglie e temi sociali. Che idea hai oggi del nostro Paese?

Bene, scriviamo un libro! Io sono un po’ in imbarazzo. Anzitutto perché politicamente non mi sento rappresentata da questo governo e dalle voci che possono esprimere opinioni in maniera volgare ed esclusiva, proprio mentre ci piace tanto la parola “inclusione”. Quindi faccio veramente fatica a muovermi serenamente all’interno del nostro Paese, sapendo in che modo certe cose vengono gestite.

Adesso parliamo di remigrazione, rendiamo superficiali temi e termini come il femminicidio, come se non valessero niente, come se non fossero veri, come se non esistessero. Quindi mi sento un po’ in imbarazzo. Non so che idea ho del nostro Paese, perché sono sicura che questo sia un Paese popolato da persone speciali e intelligenti. Però purtroppo c’è una fetta d’Italia che è ancora troppo spaventata e troppo impreparata e sulla quale un certo tipo di politica fa leva. E questa cosa un po’ mi imbarazza.

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Giornalista freelance e content creator, mi occupo di spettacolo, televisione, musica e cultura pop. Nel corso degli anni ha realizzato interviste e approfondimenti con protagonisti del panorama televisivo, musicale e cinematografico italiano, seguendo da vicino eventi come il Festival di Sanremo e le principali produzioni entertainment. Nel mio lavoro cerco sempre di raccontare storie e curiosità con uno stile diretto, autentico e vicino al pubblico.