L’anno nuovo che non arriva, quando la Storia bussa alla porta – Recensione

L'anno nuovo che non arriva

Bucarest, dicembre 1989. La Romania di Nicolae CeauÈ™escu si sta lentamente avvicinando al collasso e le vite di alcuni cittadini della capitale si intrecciano proprio nelle ore che precedono il Natale. Tra le storie che vengono raccontate in L’anno nuovo che non arriva c’è quella di un produttore televisivo alle prese con le riprese aggiuntive di uno spettacolo celebrativo, riscritto last-minute dopo la fuga all’estero della conduttrice. Fuga che innesca l’entrata in scena di una giovane attrice scelta per sostituirla nel nuovo girato.

Vi è poi un’anziana donna che non accetta la prospettiva di essere sfrattata, due ragazzi che tentano di varcare clandestinamente il confine e altro ancora. I vari percorsi, apparentemente scollegati, si uniscono dando vita ad un affresco corale destinato a sfiorarsi nell’arco di una sola giornata, una giornata simbolo per l’intera nazione e il futuro a venire.

L’anno nuovo che non arriva: vinti e vinti – recensione

Un’opera che affronta la Rivoluzione rumena quasi senza mostrarla, lasciando che siano alcune immagini di repertorio a precedere i titoli di coda a mostrarci cosa effettivamente avvenne in tali drammatiche ore. L’anno nuovo che non arriva sceglie di osservare il Paese tramite le esistenze ordinarie di chi lo abita, individui comuni schiacciati dalla paura, dalla propaganda e dal fanatismo di un regime che continuava a spargere sangue innocente.

L’anno nuovo che non arriva parte da un’idea semplice ma efficace, quella di raccontare partendo dal basso per dar vita a un mosaico umano ampiamente rappresentativo, nel quale il Grande Fratello politico resta una minaccia più o meno visibile ma comunque costante, percepita soprattutto attraverso voci, rumori, i canali mediatici di radio e televisione e le notizie frammentarie che giungono, portatrici di speranze o nuovi timori.

Storie nella Storia

Un ingranaggio collettivo che se da un lato convince e riesce a dar vita a figure profondamente umane, rischia anche di farsi parzialmente da ostacolo a una narrazione di maggior respiro. Il regista Bogdan Mureșanu, al suo esordio nel lungometraggio dopo aver diretto una manciata di corti, mette infatti anche troppa carne al fuoco, introducendo personaggi, ambienti di lavoro e situazioni diverse con un montaggio alternato che risulta non sempre omogeneo.

Questo rende la visione di L’anno nuovo che non arriva più frastagliata del previsto e le due ore e venti totali, credits inclusi, finiscono così per appesantirsi in maniera inaspettata, spingendo il pubblico a “chiamare” quel finale che deciderà i destini dei vari personaggi in gioco.

Va però dato atto al film di avere dei momenti gustosi, combinando dramma e ironia con una sottigliezza a tratti invidiabile. La commedia nera diventa infatti il principale strumento tramite cui raccontare l’orrore di un sistema annichilente, senza mai trasformarlo al contempo in una semplice caricatura o cedere a violenze gratuite. È proprio l’assurdità delle situazioni quotidiane sotto dittatura a rendere più opprimente e spaventosa la realtà raccontata, realtà che forse in molti non conoscono pienamente e qui avranno occasione di poter conoscere meglio.

Conclusioni finali

Le storture di un regime filtrate attraverso gli occhi della gente comune, con le storie di sei personaggi che si intrecciano nei giorni che precedettero la caduta del regime di CeauÈ™escu. L’anno nuovo che non arriva sfrutta abilmente il contrasto tra questa artificiosa normalità e gli eventi più crudi e drammatici avvenuti fuori campo, affidati alla voce di una dittatura morente.

La Storia, quella con la s maiuscola, arriva quasi di nascosto, penetrando lentamente ma inesorabilmente nella materia narrativa, aprendo le danze a quell’epilogo che funge da conclusione, più o meno lieta, per le varie figure coinvolte in questo racconto corale. Voci castrate, assoggettate dalla paura e dalla violenza, immerse in un quotidiano pronto a farsi silente portatore di verità taciute troppo a lungo.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.