Magalie, conosciuta nell’assimilante mondo del web come Magaloche, è una influencer da miliardi di visualizzazioni che ha costruito il proprio impero digitale su una sua peculiarità fisica, ovvero l’insensibilità congenita al dolore. I suoi video la mostrano mentre si sottopone a torture sempre più estreme – dalla folgorazione alle martellate, dall’acqua bollente a lavatrici che le piombano addosso – generando hype attraverso lo shock puro.
In L’accident de piano il successo sul web l’ha resa ricchissima al punto da vivere in un mondo completamente scollegato dalla realtà . La protagonista porta ancora l’apparecchio per i denti come e continua a comportarsi come una teenager narcisista e mai cresciuta, nonostante l’età adulta raggiunta anagraficamente. In seguito a un drammatico incidente, Magalie decide di ritirarsi momentaneamente in uno chalet di lusso sulle montagne dell’Alta Savoia, accompagnata dal suo inseparabile assistente Patrick, che da dieci anni subisce con rassegnazione crescente i capricci e le crudeltà della star. La pace forzata viene però interrotta dall’arrivo della giornalista Julie, apparentemente interessata a un’intervista esclusiva e pronta a tutto per ottenerla, anche a ricattarla.
L’accident de piano: la vita di Magalie – recensione
Quentin Dupieux rappresenta una sorta di unicum nel panorama del cinema francese contemporaneo: con quindici lungometraggi realizzati in poco più di vent’anni di carriera, spesso con budget ridotti e troupe ridotte all’osso, ha attraversato generi e umori con il suo approccio surreale, costruendosi inoltre un’affezionata nicchia di attori feticcio e un fedele stuolo di fan.
Non è il caso che il regista, conosciuto anche in campo musicale con lo pseudonimo di Mr. Oizo, torni qui a collaborare con una delle attrici che ha spesso bazzicato la sua folta filmografia, ovvero Adèle Exarchopoulos, indimenticata protagonista del memorabile La vita di Adele (2013). La più giovane interprete mai premiata a Cannes, proprio per suddetto cult, dimostra ancora una volta il suo talento, comico e non, dando vita a un personaggio eccentrico, tanto odioso quanto irresistibile, portandosi sulle spalle il peso di una narrazione apparentemente semplice ma in realtà ricolma di significati sull’epoca che stiamo vivendo.
Ridere per non piangere?
Con L’accident de piano ci troviamo infatti davanti ad una satira feroce e disperata sulla cultura degli influencer e della società dello spettacolo digitale, dove il pubblico è sempre più morboso e attratto dagli eccessi, non importa quanto questi siano giusti o salutari.
L’espediente dell’assenza di dolore spinge la protagonista a trattare il proprio corpo senza alcun ritegno, sottoponendosi a torture e a violenze che per volute inverosimiglianze di sceneggiatura non hanno poi conseguenze a lungo termine, sottolineando ulteriormente l’approccio metaforico di un racconto cinico e lucidissimo, che giudica senza pietà questo mondo del web senza più freni né regole.
I comprimari, dall’assistente che comincia a essere stanco delle vessazioni alle quali è quotidianamente sottoposto alla giornalista che è in cerca dello scoop di una vita, sono elementi necessari ad una trama che vive su due / tre svolte chiave, frutto di una sceneggiatura sicuramente immediata e diretta ma popolata da momenti spassosissimi. I vari segmenti in cui Magalie si cimenta nei suoi “numeri”, all’insegna di un insensato autolesionismo, sono al contempo ricchi di ilarità ma anche di riflessioni amare, rappresentando al meglio il senso di un film molto più sfaccettato di quanto possa apparire.
Conclusioni finali
L’accident de piano è l’ennesima folgorante perla di un autore che, pur dividendo diametralmente il pubblico, continua a sovvertire aspettative e convenzioni, costruendo attraverso l’assurdo delle riflessioni lucide sui mali contemporanei.
Proprio in quest’irriducibile ambiguità , con l’assurdo che diventa cuore pulsante del tutto, si trova il vero significato dell’opera, capace di emozionare e divertire anche e soprattutto nelle sue brutture, specchio deformante di una realtà che fa molto più paura di questa tragicomica finzione. Quentin Dupieux coglie ancora una volta al meglio il talento comico di una scatenata Adèle Exarchopoulos per realizzare un’opera senza mezze misure, amabile e detestabile quanto la sua controversa protagonista.









