La fine di Oak Street, dinosauri, anni ’80 e famiglie in crisi – Recensione

La fine di Oak Street

Il regista di un horror cult del calibro di If follows (2014) – del quale attendiamo il seguito They Follow, le cui riprese si sono concluse proprio in questi giorni – alle prese con una storia fantascientifica che tira in ballo i dinosauri. Un sogno a occhi aperti per molti, per quello che si è rivelato uno dei titoli più atipici degli scorsi mesi, tanto affascinante quanto imperfetto.

Rispetto ai precedenti lavori, e sotto l’egida produttiva di J.J. Abrams, il regista David Robert Mitchell si è approcciato a una premessa da gigantesco film d’intrattenimento, destinato anche al grande pubblico. La trama è semplice ma carica di potenzialità, con l’ambientazione anni Ottanta, la classica zona residenziale americana e animali preistorici che invadono quei quieti sobborghi. La fine di Oak Street si fa forza proprio sulla sua stranezza, riuscendo a trovare spunti originali anche quando la sua stramberia rischia di eccedere oltre misura.

La fine di Oak Street: senza via d’uscita – recensione

La storia ha inizio nel 1982, nell’omonimo quartiere residenziale di Flowervale, Michigan. Schiere di dimore unifamiliari, abitate da famiglie apparentemente tranquille che condividono la loro quotidianità. Tra queste vi è quella formata da Denise e Greg Platt, sposati da vent’anni e genitori dei preadolescenti Audrey e Brian. I coniugi stanno attraversando un periodo di crisi, anche se cercano in ogni modo di tenere insieme il loro matrimonio per il bene dei figli.

La situazione prende una piega del tutto imprevedibile quando iniziano a verificarsi dei fenomeni inspiegabili. In un giardino cresce improvvisamente una pianta estinta da milioni di anni, in un altro compaiono degli escrementi giganti e via dicendo. Una notte salta l’elettricità in tutto il vicinato e il mattino dopo il guasto non è ancora stato sistemato; mentre Denise e Greg escono per cercare il cane Starbuck, scomparso nel nulla, scoprono come l’intera zona sia ora popolata da dinosauri in cerca di cibo. E i residenti di Oak Street sembrano destinati a far parte del loro menù!

Jurassic Terror

L’apocalisse preistorica, la cui genesi è spiegata tramite una teoria scientifica poco verosimile, funge principalmente come detonatore di problemi familiari che esistevano ben prima dell’arrivo di quei voraci, insaziabili, predatori. E in questo La fine di Oak Street convince a più riprese, arrivando a una decostruzione della provincia americana, raccontata come un qualcosa di fragile e potenzialmente illusorio: l’american dream si trasforma così in un incubo e la sicurezza della classe media deve fare i conti con una minaccia insondabile, proveniente dalle fantasie più spaventose.

Un film che come detto evidenzia la sua atmosfera eighties, dalle corse in bicicletta dei ragazzini alle enciclopedie vecchia scuola, con l’assenza di cellulari o dispositivi moderni quale ulteriore handicap alla lotta per la sopravvivenza da parte dei protagonisti. Protagonisti che possono contare sulle divertite performance di Ewan McGregor e Anne Hathaway, che sembrano essersi divertiti parecchio in quello che a conti fatti rimane un giocattolone.

Giocattolone che non manca di sorprendere in diversi passaggi, con un improvviso scatto di violenza e tensione che riguarda il destino di uno dei personaggi, del tutto spiazzante, fino a quell’epilogo più rassicurante che assume un tono ironicamente beffardo, quasi di consapevolezza che certe regole possono essere infrante ma solo se poi sistemate a fin di bene.

Gli ottimi effetti speciali, il ritmo incalzante e una buona gestione di quelle ambientazioni che diventano, paradossalmente, sempre più claustrofobiche garantiscono cento minuti di gradevole intrattenimento, che dietro la sua patina commerciale nasconde sfumature più sottili del previsto, per quanto non sempre espresse al meglio.

Conclusioni finali

Orde di dinosauri che azzannano, metaforicamente e non, la classe media americana. Immerso in un contesto anni Ottanta ormai di diritto nell’immaginario cinefilo, La fine di Oak Street è un film che dietro l’anima giocosa nasconde risvolti sottilmente inquietanti, come sottolineato anche da quella svolta brutale e inaspettata nell’ultima mezz’ora.

David Robert Mitchell non va per il sottile in una confezione da medio blockbuster che può contare su solidi effetti speciali e un cast più che adatto ai rispettivi ruoli, con le dinamiche da survival-movie che seguono linee guida relativamente classiche salvo poi sovvertirle in momenti topici, fino a quell’epilogo parzialmente rassicurante. Tra nostalgia e paradossi, un divertissement imperfetto ma carico di spunti, la maggior parte non chiaramente esplicitati.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.