Alice è una schiava che trascorre i suoi giorni come “domestica” nella tenuta georgiana del crudele proprietario terriero Paul Bennett, che le ha insegnato a leggere unicamente perché potesse farlo a voce alta per lui. È segretamente sposata con Joseph e cova insieme a lui il sogno pressoché irrealizzabile di fuggire da quella vita di violenze e soprusi.
In seguito a un eccesso d’ira del suo aguzzino che potrebbe avere per lei conseguenze fatali, Alice scappa attraverso la foresta e sbuca su un’autostrada del 1973, dove viene quasi investita dal camion di Frank. Questi le offre un passaggio e l’accompagna in ospedale, ma comprende che la ragazza necessita ben altre cure e decide di accoglierla in casa sua. Ritrovatasi in un mondo che non (ri)conosce, la protagonista di Io sono Alice dovrà fare i conti con una società profondamente cambiata e con un’agghiacciante, incredibile, verità.
Alice: l’ora del risveglio – recensione
C’è un reale fatto di cronaca alla base del film, che vale la pena nominare prima ancora di entrare nel merito: vi informiamo però che questo potrebbe suggerire un potenziale spoiler, quindi valutate o meno se proseguire nella lettura. La sceneggiatura è infatti vagamente ispirata alla drammatica storia di Mae Louise Miller, donna nera che fu tenuta in schiavitù in Georgia fino agli anni Sessanta del Novecento, nell’America di John F. Kennedy e del movimento per i diritti civili, in un isolamento così totale e deliberato da rendere la sua vicenda quasi impossibile da credere.
Da qui la regista Krystin Ver Linden ha tratto la sceneggiatura, firmando al contempo il proprio esordio dietro la macchina da presa con un’operazione che si porta addosso tutto il peso di quella premessa. Peso enorme, forse troppo per un debutto, e infatti non tutto va nel migliore dei modi a livello di stile e di ritmo.
Giustizia a tutti i costi
Il collegamento immediato che viene da fare è con un titolo di poco precedente, ovvero Antebellum (2020), horror altrettanto imperfetto ma che almeno covava ambizioni ben maggiori. Il problema principale è che Alice latita anche di immaginazione, limitandosi ad un colpo di scena che fa molto The Village (2004) ma senza poter vantare le affascinanti atmosfere evocate da Shyamalan.
Qui si omaggia invece la blaxploitation, con tanto di cinema che trasmettono i cult dell’eroina black Pam Grier e l’immaginario anni Settanta declinato in chiave superficiale, tra capelli cotonati e pantaloni a zampa d’elefante, in una gratuità estetica relativamente elementare e poco ispirata. Le Pantere Nere e le lotte per i diritti civili vengono nominati ma mai esplorati appieno, e la prima mezzora insiste troppo sulla morbosa violenza avente luogo in quella piantagione degli orrori, dove poi avrà anche scena il liberatorio epilogo.
Io sono Alice è di fatto tre film distinti in uno, amalgamati senza una vera e propria coerenza in un’ora e mezza dove la tensione è anch’essa disomogenea, tra momenti più crudi e intensi e altri inutilmente leggeri che spezzano l’equilibrio tonale, penalizzando di fatto anche la pur volenterosa interpretazione di Keke Palmer nel ruolo principale.
Conclusioni finali
Un film che ha il merito di aver portato sullo schermo, con i dovuti adattamenti, una storia vera e dimenticata ma che al contempo non riesce a tenere fede alle proprie premesse e promesse, incapace di scegliere tra i suoi registri e di consegnare allo spettatore un racconto fatto e compiuto.
Io sono Alice vive di sprazzi e di umori in una narrazione che dopo il primo terzo svolta nettamente, passando dalla piantagione degli orrori a degli anni Settanta figli di un immaginario abusato, con una parziale leggerezza a insinuarsi prima della resa dei conti finale. Resa dei conti garantita da un colpo di scena ricco in sé di notevoli sfumature, ma depotenziato da una messa in scena più anonima del previsto e a corto di effettiva tensione.









