Io, il mio migliore amico e la sua ragazza, una commedia a corto di idee – Recensione

Io, il mio migliore amico e la sua ragazza

Olli e Matze sono amici inseparabili fin dalle scuole primarie, un rapporto che non si è mai incrinato al punto che ora, ormai adulti, condividono casa, lavoro e persino il progetto di una grande svolta esistenziale, relativa a un viaggio del mondo lungo un anno preparato nei minimi dettagli. L’equilibrio tra i due cambia quando improvvisamente quando Matze incontra Rebecca, con la quale scatta un reciproco colpo di fulmine.

In Io, il mio migliore amico e la sua ragazza, nel giro di poco tempo la relazione tra i due best friend viene scombussolata e quando la ragazza si trasferisce a vivere insieme a loro rischia di prendere una piega del tutto imprevedibile. Olli e Rebecca infatti proprio non si sopportano e cominciano a farsi dispetti l’un l’altra con l’intento di contendersi le attenzioni di Matze, sempre più indeciso tra il sodale di tutta una vita e quel nuovo amore che aspettava da così tanto tempo.

Io, il mio migliore amico e la sua ragazza: un, due, tre – recensione

La regola dell’amico viene qui declinata in un contesto da terzo incomodo non nuova e in non pochi potranno parzialmente identificarsi con i personaggi, pur qui al centro di situazioni volutamente esasperate oltre misura. Io, il mio migliore amico e la sua ragazza parte da una premessa non particolarmente originale, ma potenzialmente universale da poter funzionare con relativa semplicità: il migliore amico che si innamora e la fidanzata che diventa una minaccia da “eliminare” a ogni costo.

Marco Petry parte da questa situazione archetipica ma fatica sin dai primi passaggi a trovare una precisa identità, con la sceneggiatura che preferisce insistere sulla contrapposizione dando vita a una guerra dei sessi tanto esplicita da diventare in breve tempo fin troppo meccanica per poter essere poi anche genuinamente divertente.

Questione di feeling

Il problema principale, che rende complicato legarsi emotivamente o immedesimarsi nei protagonisti, è che sia Olli che Rebecca sono entrambi personaggi difficili da appoggiare, alle prese con una serie di infinite ripicche reciproche utili unicamente a tenere viva quell’anima comica che dimostra però il fiato corto nella reiterazione di tali contrasti.

Lui è un uomo adulto che reagisce all’arrivo della “rivale” come un ragazzino viziato, privato del suo giocattolo preferito, trasformando qualsiasi cambiamento nelle abitudini di Matze in una sorta di tradimento personale. Lei al contempo non riesce mai a risultare meritevole di compassione, pronta a perdonare come nulla fosse un amante evidentemente immaturo. E proprio la figura contesa finisce per essere sballottata qua e là, senza un’effettiva presa di coscienza alla fine della suddetta tenzone emotiva.

Il regista tedesco non è nuovo ad abusare di una formula e ripeterla all’infinito, basti pensare ai suoi due precedenti lavori, anch’essi esclusive Netflix, intitolati Blame the game (2024) e Mangia prega abbaia (2026): anche qui cerca il massimo risultato con il minimo sforzo e l’ora e mezzo di visione scorre rapida e indolore, facendosi dimenticare quanto mai in fretta.

Conclusioni finali

Una commedia sentimentale che vorrebbe sfruttare una premessa semplice e intuitiva, salvo poi adagiarsi eccessivamente su di essa, senza nemmeno l’accortezza di dar vita a personaggi originali, schiavi del proprio ruolo all’interno di una narrazione che sa già dove andrà a parare e non prova nemmeno a nasconderlo.

Un paio di gag che strappano timide risate non bastano a rendere Io, il mio migliore amico e la sua ragazza una visione da consigliare, mentre una struttura così prevedibile impedisce di immedesimarsi nella vicenda e nei protagonisti. Un film che vorrebbe raccontare l’amicizia e la paura del cambiamento, ma resta intrappolato proprio in quegli abusati stereotipi che vorrebbe sulla carta smontare.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.