In a Violent Nature: lo slasher che non ti aspetti, tra violenza e contemplazione – Recensione

In a Violent Nature

Un gruppo di ragazzi in gita nei boschi dell’Ontario settentrionale si imbatte per caso in un medaglione d’oro nei pressi di una torre antincendio abbandonata. Uno di loro decide di tenerlo, ignorando le leggende che circondano quel luogo maledetto. È l’errore fatale: pochi istanti dopo il terreno inizia a fremere e dalla terra emerge una figura mostruosa, riportata in vita proprio dalla rimozione di quell’oggetto che per sessant’anni lo aveva confinato in una zona grigia tra esistenza e oblio.

Johnny, questo il nome del killer di In a Violent Nature, era negli anni Sessanta un giovane con disabilità cognitive impiegato in una segheria locale. Bersaglio di angherie e violenze, trovò la morte in un episodio tanto crudele quanto assurdo. Ora è tornato, mosso da un’ossessione primaria e incontrollabile: recuperare il medaglione e massacrare chiunque incroci il suo cammino.

In a Violent Nature: nella mente del serial killer – recensione

Ci sono film che nascono con l’ambizione di scardinare i codici di un genere, ribaltandone il punto di vista e mettendo alla prova lo sguardo dello spettatore. L’esordio nel lungometraggio del canadese Chris Nash – con un passato negli effetti speciali e un corto per The ABCs of Death 2 in curriculum (2014)– rientra a pieno titolo in questa categoria: uno slasher osservato quasi esclusivamente dal punto di vista del mostro.

Un horror che rinuncia consapevolmente a jump scare e montaggio frenetico, preferendo seguire alle spalle l’assassino nella sua marcia inesorabile, con uccisioni che arrivano sempre a segno e che, pur nella loro inevitabilità, colpiscono per ferocia e crudezza. Del resto, con un titolo simile, la promessa di sangue e frattaglie era tutt’altro che sottintesa.

In a Violent Nature: fino all’ultima morte

Presentato al Sundance Film Festival, il film ha immedietamente spaccato pubblico e critica. Da una parte chi lo ha salutato come una necessaria boccata d’aria fresca per il filone, dall’altra chi lo ha liquidato come un esercizio di stile autoreferenziale. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo: In a Violent Nature è un oggetto anomalo, capace di costruire un’atmosfera sospesa, quasi ipnotica, interrotta da improvvisi e brutali scoppi di violenza che lasciano addosso un senso di disagio persistente.

Allo stesso tempo, chi cerca nello slasher un intrattenimento più immediato potrebbe restare respinto da un tono eccessivamente serio e da un ritmo contemplativo che sacrifica empatia e ironia, riducendo le vittime a pura materia organica, prive di qualsiasi spessore emotivo.

Un’esperienza sicuramente non pensata per tutti, il cui valore dipende molto da ciò che si pretende da un horror e da quanta pazienza si è disposti a concedere a un’opera che privilegia la forma sul contenuto. I rumori ambientali, costanti e invasivi, diventano parte integrante di un paesaggio sonoro che amplifica la sensazione di morte imminente.

Conclusioni finali

In definitiva, In a Violent Nature è un’opera ambiziosa e radicale, che tenta di reinventare il genere slasher, spesso intrappolato nelle sue stesse formule. Al debutto nel lungometraggio, Chris Nash dimostra una visione precisa e la volontà di seguirla fino in fondo, anche a costo di scontentare una larga fetta di appassionati.

Niente colonna sonora, nessuna scream queen, pochi compromessi: la macchina da presa resta incollata al killer, figura dall’aura quasi mitologica e letale, macchina di morte il cui background è affidato a leggende locali raccontate dalle sue future vittime. Brutale e spietato, un film che nella sua natura sperimentale concentra allo stesso tempo i suoi limiti e i suoi punti di forza.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.