Agneta Söderström ha quarantanove anni, vive a Stoccolma, lavora all’ufficio del traffico, ha due figli adulti che la ignorano per gran parte del tempo e un marito con cui la passione è finita da tempo. La scintilla narrativa dietro l’innesto de Il caffè della pazza gioia arriva da un annuncio sul giornale: una famiglia svedese in Provenza cerca una ragazza alla pari per occuparsi di un bambino. Agneta, fresca di licenziamento, decide di rispondere.
Per lei, che ha sempre avuto paura a girare da sola, questo è un modo per affrontare una volta per tutte le sue insicurezze, andando contro anche al parere contrario del suo compagno. Arrivata in loco, scopre che il bambino non è un bambino. Einar è un anziano suo connazionale, affetto da una demenza galoppante. Sarà l’inizio di un’incredibile amicizia tra i due, che aiuterà Agneta a scoprire per la prima volta lati di se stessa che aveva sempre ignorato.
Il caffè della pazza gioia: insieme per sempre – recensione
Ci troviamo davanti all’adattamento del romanzo-fenomeno di Emma Hamberg, pubblicato in Svezia nel 2021 e tradotto in ventisette lingue. Rimasto in classifica in patria per quarantotto settimane consecutive, ha venduto oltre trecentomila copie in un Paese di dieci milioni di abitanti.
In questa trasposizione live-action è la stessa scrittrice ad aver contribuito in fase di sceneggiatura insieme alla regista Johanna Runevad, il che ha garantito una fedeltà allo spirito originario, prevalentemente indirizzato ad un pubblico femminile coetaneo della protagonista. La struttura della storia, basata su quell’elemento estraneo che arriva per errore e rimane per necessità, è declinato agli archetipi emotivi della più canonica commedia “presa bene” sulla riscoperta di se stessi in un contesto sconosciuto, dove poter ipoteticamente ricominciare da zero.
Opposti che si attraggono
Una collisione tra due solitudini quella al centro de Il caffé della pazza gioia: Agneta è invisibile per scelta altrui – il marito, i figli, i colleghi l’hanno progressivamente esclusa dal loro mondo senza quasi accorgersene – mentre Einar lo è per via di quella malattia infame.
A rendere più interessante un racconto e un rapporto altrimenti telefonati sono le interpretazioni dei due protagonisti. Eva Melander, che ricordiamo nelle “mostruose vesti impegnate” di Border – Creature di confine (2018), mette in mostra un’efficace autoironia; Claes Månsson riesce invece a rendere credibile e simpatico il suo anziano Einar, senza cedere alle logiche di un pietismo retorico. Eterogeneo quanto basta anche il cast di supporto, pur privo di macchiette degne di nota e più accessorio alla causa che altro.
Il tutto in un film esteticamente modesto e sobrio, dalla confezione più televisiva che cinematografica. Non necessariamente un male, anche perché come detto il target di riferimento non è certo il pubblico cinefilo, ma un’audience ben specifica che difficilmente farà caso alla qualità della messa in scena o a vezzi stilistici di sorta. Per una visione che scorre placida, senza guizzi ma anche senza eccessivi sbadigli.
Conclusioni finali
Un film sì gradevole ma sostanzialmente innocuo, che porta su schermo le pagine dell’omonimo romanzo di Emma Hamberg per raccontare una storia di solitudini e di riscoperte, con la protagonista pronta a trasferirsi in Francia per dare una svolta alla sua vita, ormai chiusa in soffocanti schemi prestabiliti.
Prendersi cura di un anziano affetto da demenza e con un passato tormentato per via della sua sessualità, che riemerge in brevi ricordi e in salti d’immaginazione, sarà un’occasione di riscatto per entrambi. Il caffè della pazza gioia galleggia nella propria, estrema, semplicità, tanto rassicurante quanto carica di cliché.









