Fremont: la felicità in un biscotto della fortuna – Recensione

Fremont

Donya lavorava come traduttrice per l’esercito americano in Afghanistan e ora si trova negli Stati Uniti, per la precisione nella cittadina di Fremont, come rifugiata. Sola, partita senza familiari o amici, vive in una comunità di connazionali in esilio e ha trovato lavoro presso una piccola fabbrica cinese che realizza i tipici biscotti con la fortuna, distribuiti nei ristoranti orientali.

La protagonista fatica a prender sonno e comincia così a frequentare uno psichiatra, il dottor Anthony, un bizzarro luminare che sembra più interessato a leggere brani ad alta voce dal romanzo Zanna Bianca che ad ascoltare i problemi della sua paziente. Quando l’anziana impiegata responsabile dei messaggi contenuti nei dolcetti muore improvvisamente, Donya viene promossa al suo posto. E in un momento di profonda solitudine, decide di inserire il suo numero di telefono in uno dei biscotti, con conseguenze inaspettate.

Fremont: in cerca di se stessa – recensione

Quando in uno dei bigliettini Donya scrive “la fortuna che cerchi è in un altro biscotto“, in quelle poche parole riflette la sua stessa situazione esistenziale: una ragazza afghana che ha attraversato l’inferno in patria, con la fuga prima del ritorno al potere dei talebani, per poi ritrovarsi nella piccola comunità di Fremont, in California.

C’è qualcosa di poeticamente assurdo in questa narrazione dolce-amara e surreale, che guarda dichiaratamente al cinema di Aki Kaurismaki e Jim Jarmusch, e non soltanto per quel bianco e nero spesso utilizzato dai due succitati maestri. Babak Jalali, regista iraniano ma cresciuto a Londra, trova la giusta chiave di lettura in quello che è il suo quarto lungometraggio, confermando quanto già di buono fatto intravedere nei precedenti Radio Dreams (2016) e Land (2018), dando vita ad un cinema degli ultimi, sospeso tra leggerezza e disincanto.

Semplice ma ricco di spunti

Disponibile su MUBI e nel relativo canale di Amazon Prime Video, Fremont è caratterizzato da quell’economia di mezzi e dalla sobrietà di toni che sono ormai la cifra distintiva dell’autore. In una storia giocata molto sui non detti, su ciò che non si vede ed è già accaduto, ma risonante come non mai nella quotidianità di una protagonista che cerca di comprendere il proprio posto nel mondo, da straniera in terra straniera.

La sceneggiatura, firmata da Jalali insieme a Carolina Cavalli – regista italiana che ricordiamo per il bel Amanda (2022) – costruisce con intelligenza la figura di Donya come un’anti-protagonista dell’American Dream, ormai qui morto e sepolto.

Non aspira a integrarsi pienamente, non matura un piano di riscatto, non ha un arco narrativo tradizionale. Fino a quando comprende di dover forse aprire il suo cuore a ciò che la circonda, a caccia di quella potenziale felicità che credeva soltanto un’utopia. Una Amélie al contrario, disillusa e spenta, ma prossima a nuove consapevolezze che danno forza emotiva al racconto e al suo avvolgente, suggerito, lieto fine.

Conclusioni finali

Un percorso parzialmente condiviso con il suo personaggio, quello della protagonista Anaita Wali Zada, qui al debutto: è infatti realmente una rifugiata afghana negli Stati Uniti, attorno a cui il regista ha costruito le coordinate narrative di questo racconto dolceamaro. Una commedia drammatica che evita la facile commozione e arriva dritta al punto con lucidità, tra amarezza e poesia.

Modelli di riferimento elevati per il regista Babak Jalali, che in Fremont tratteggia un microcosmo degli ultimi, tra fabbriche cinesi e comunità di esuli, dove un biscotto della fortuna può svoltare una giornata, segno di buon auspicio per i clienti e occasione di nuove conquiste personali per chi si trova a realizzarlo.