A oltre quarant’anni dalla strage di Pizzolungo, il dolore di quella tragedia continua a lasciare un segno profondo nella memoria collettiva. Il 2 aprile 1985 un’autobomba esplose sul lungomare di Trapani con l’obiettivo di colpire il giudice Carlo Palermo, ma a perdere la vita furono Barbara Asta e i suoi due figli gemelli di sette anni, rimasti coinvolti casualmente nell’attentato. La loro auto fece da barriera a quella del magistrato, trasformando una normale mattina in una delle pagine più drammatiche della lotta alla mafia. Questa vicenda torna oggi al centro dell’attenzione grazie al film Un futuro aprile, diretto da Graziano Diana e tratto liberamente dal libro Sola con te in un futuro aprile. L’opera racconta la storia della famiglia Asta attraverso gli occhi di Margherita, sopravvissuta alla tragedia e diventata negli anni simbolo di memoria e impegno civile. Nel racconto emergono il dolore per la perdita della madre e dei fratelli, ma anche la lunga battaglia del padre alla ricerca della verità e della giustizia. Il film vuole trasformare il ricordo in una riflessione attuale contro ogni forma di violenza mafiosa. Un futuro aprile andrà in onda su Rai Uno e sarà disponibile anche su RaiPlay dal 21 maggio.
“Un futuro aprile”, intervista esclusiva a Francesco Montanari
Noi di SuperGuida TV abbiamo video intervistato in esclusiva Francesco Montanari. E’ lui a prestare il volto a Carlo Palermo, giudice simbolo della lotta contro la mafia: “Mi sono confrontato a lungo con Graziano Diana, il regista di questo film. Abbiamo fatto diverse letture della sceneggiatura e alcune prove, confrontandoci in modo molto approfondito sull’evoluzione della storia. Quello che mi interessava maggiormente era capire da quale punto di vista Graziano volesse raccontarla. Io mi considero competente nel mio lavoro, ma resto un attore, e per me quello dell’attore è un mestiere di subordinazione, non gerarchico. Quando c’è la possibilità di creare un dialogo sincero con il regista nasce un confronto molto bello e proficuo, in cui persone diverse scelgono di condividere la stessa avventura artistica. Alla fine, però, il final cut appartiene sempre al regista, quindi è fondamentale comprendere con precisione cosa desideri trasmettere attraverso la storia che sta raccontando, anche perché una stessa vicenda può essere narrata in tanti modi differenti. Da questo confronto è nato il lavoro su un uomo pronto ad affrontare tutto, tranne ciò che realmente gli accade. Credo che questa sia stata un’intuizione molto interessante di Graziano Diana, sulla quale abbiamo costruito il personaggio. Nel film lui vede Margherita solo due volte, poi la percepisce appena, quasi come una presenza. Per questo il lavoro si è concentrato soprattutto sulle ossessioni interiori, sui fantasmi personali e sulle paure che spesso non riusciamo ad affrontare davvero. Dal punto di vista attoriale è stato un percorso molto intenso e stimolante”.
Montanari ha precisato di non aver mai incontrato personalmente il giudice Carlo Palermo: “Non ho avuto modo di conoscerlo personalmente. Ho visto alcuni video, interviste e materiali che Graziano Diana mi ha mostrato durante la preparazione, ma non c’è mai stato un incontro diretto. Inoltre non si tratta di un biopic o di un documentario su questa vicenda, quindi non era necessario ricercare a tutti i costi una somiglianza fisica o vocale perfetta. Io sono partito dalla sceneggiatura, ed è proprio lì che il personaggio prende forma, attraverso il confronto continuo con la visione del regista e con la direzione che vuole dare alla storia. Questo processo creativo mi ha permesso di costruire il personaggio in maniera più libera e personale. Adesso che il film è terminato ed è finalmente nato, sono curioso di sapere cosa ne pensino sia Margherita Asta sia Carlo Palermo, soprattutto da un punto di vista umano, più che artistico”.
“Un futuro aprile” racconta non solo la strage ma l’incontro tra due sopravvissuti al dolore, tra Margherita e Carlo Palermo che ha convissuto con il senso di colpa: “Il loro rapporto, come accade spesso nelle grandi relazioni tra due personalità forti, è costruito soprattutto sui silenzi, sui non detti e su tutto ciò che non è stato realmente vissuto. È un legame che prende forma più nelle loro menti che nella realtà, quasi come una tensione continua che accompagna tutta la storia. Solo nel momento in cui avviene un confronto reale i due personaggi riescono davvero a diventare umani l’uno agli occhi dell’altro. Ed è forse proprio attraverso quell’incontro autentico che diventa possibile, finalmente, andare avanti”.
Federico Montanari ha sottolineato quanto sia importante che il cinema e la televisione raccontino queste storie: “Credo profondamente nel valore della memoria e nella responsabilità che una televisione pubblica dovrebbe avere nel raccontare fatti realmente accaduti, offrendo al pubblico occasioni di riflessione e consapevolezza. Prodotti come questo hanno un valore importante sotto molti aspetti: da una parte raccontano la storia e aiutano a conoscere eventi che non devono essere dimenticati, dall’altra riescono anche a restituire l’aspetto umano di ciò che è successo. Quando una vicenda viene resa viva, concreta e tangibile, non resta soltanto una data o una semplice informazione, ma diventa qualcosa che il pubblico può sentire davvero vicino. Ed è proprio per questo che credo che racconti del genere possano essere utili e necessari”.
Già in passato, Francesco Montanari ha interpretato ruoli di spicco legati alle forze dell’ordine e alla magistratura, come nel caso di Alfonso Sabella ne “Il Cacciatore”. Per l’attore incrociare questi personaggi significa anche essere investito di una funzione civile: “Io credo molto nella responsabilità dell’attore, nel dovere di restituire con dignità l’umanità dei personaggi che si interpretano. Quando poi si racconta una persona realmente esistita, questa responsabilità diventa ancora più forte e inevitabilmente senti dentro anche un aspetto civile del tuo lavoro. Penso, con tutto il rispetto e le dovute proporzioni, a ciò che poteva provare un attore come Gian Maria Volonté quando sceglieva determinati ruoli, in un periodo di cinema italiano particolarmente vivo, impegnato e ricco di contenuti. In quei casi il legame tra il cittadino e l’attore diventava molto profondo, quasi inevitabile. E credo che accada anche oggi: quando racconti una storia così intensa e reale, si crea una connessione forte tra ciò che sei come persona e ciò che stai portando sullo schermo”.









