Takuya e Mamoru sono due ventenni che tirano avanti nelle periferie più degradate di Tokyo, spacciandosi per donne su internet. Attraverso profili fittizi adescano uomini soli e vulnerabili, carpendo loro informazioni personali e convincendoli a vendere i propri documenti d’identità. In un Giappone ossessionato dall’ordine sociale e dalla perfetta sovrapposizione tra corpo e identità anagrafica, quei documenti valgono cifre importanti per chi desidera sparire e ricominciare da zero, spesso per sfuggire a debiti o a organizzazioni criminali.
In BAKA’s Identity, i due ragazzi finiscono progressivamente risucchiati dall’organizzazione per cui lavorano, trasformandosi in pedine sacrificabili di un sistema che li consuma senza alcuna pietà. Quando maturano l’idea di abbandonare quella vita, scoprono che uscire da certi ambienti è infinitamente più complesso del previsto e che ogni scelta ha un prezzo da pagare.
BAKA’s Identity: in cerca della propria identità – recensione
Sotto la superficie del crime-thriller, il film costruisce un ritratto profondamente empatico della gioventù nipponica contemporanea, intrappolata tra disillusioni quotidiane e il miraggio dei soldi facili. I protagonisti si muovono in una Tokyo fagocitante, lucida in apparenza ma abilissima nel nascondere la polvere sotto il tappeto, mentre la precarietà economica alimenta una spirale di compromessi sempre più pericolosi.
La regista Koto Nagata ha dichiarato che il progetto è nato dal desiderio di denunciare la crescente povertà giovanile in Giappone, un fenomeno raramente affrontato dai media nazionali e ancora meno rappresentato sullo schermo. Dietro l’immagine patinata del Paese – quello che agli occhi dei turisti appare pulito, ordinato e sicuro – si cela una polarizzazione sociale sempre più marcata, con intere fasce di adolescenti e giovani adulti lasciate scivolare verso il baratro, soprattutto nelle grandi aree urbane.
Il fenomeno degli yami baito è il sintomo più evidente di questa crisi: giovani che non riescono a sostenere affitti e rette universitarie e che finiscono per affidarsi a un sottobosco criminale fatto di furti, prostituzione e lavori illegali. BAKA’s Identity non fa sconti nel raccontare questo disagio attualissimo, rifiutando qualsiasi comoda rimozione quando la realtà si fa scomoda.
Una fuga senza speranza
Non mancano infatti passaggi realmente disturbanti, soprattutto nella seconda metà, quando il traffico illegale di organi prende il sopravvento e trascina i protagonisti in un incubo apparentemente senza via d’uscita. La sceneggiatura, adattamento del romanzo di Jun Nishio pubblicato nel 2019 e vincitore dell’Oda Sakunosuke Award, adotta una struttura narrativa non lineare, muovendosi avanti e indietro nel tempo per svelare gradualmente come i tre personaggi principali siano arrivati a quel punto di non ritorno.
Non è casuale che molte riprese siano state effettuate a Kabukicho, iconico quartiere a luci rosse di Tokyo e volto notturno della metropoli. Un palcoscenico ideale per raccontare queste premessa di perdizione, con quell’epilogo che invita alla fuga nei luoghi di provincia e nelle campagne, dove la malavita non ha convenienza a espandersi.
Il film rifugge il moralismo facile, evitando il giudizio ma senza avere paura di mostrare, in modo esplicito, le conseguenze di scelte sbagliate. Quando la situazione precipita, la violenza esplode in maniera brutale e intrisa di rimpianto, colpendo lo spettatore con forza diretta. Forse anche troppo: un paio di passaggi avrebbero potuto essere smussati senza intaccare la loro potenza emotiva ed esistenziale.
Conclusioni finali
Non ha certamente paura di affrontare tematiche scomode BAKA’s Identity, anche a costo di scavare eccessivamente nel torbido e respingere quella parte di pubblico maggiormente impressionabile. La seconda metà è una discesa negli inferi fisica e psicologica, con il tentativo di fuga da quegli ambienti criminali prima bazzicati che si tinge di rosso sangue.
Al centro resta la “gioventù bruciata” del Giappone contemporaneo, con i luoghi oscuri di Tokyo ad attirare ragazzi perduti salvo poi disfarsene quando non più strettamente necessari, al centro di un dramma spietato che non offre facili catarsi o rivalse di sorta, fungendo come monito esistenzialista sulle sulle scorciatoie da evitare a ogni costo.









