Adrenalina, un biopic avventuroso tra coraggio e incoscienza – Recensione

Adrenalina

Carlos Suárez, Armando del Rey, Darío Barrio, Álvaro Bultó e Manolo Chana sono cinque amici legati da una comune ossessione: il salto BASE con tuta alare, una disciplina estrema che consiste nel lanciarsi da vette altissime per trasformare quei pochi secondi di caduta in una sorta di volo a perdifiato. Più che semplice passione sportiva, per i protagonisti di Adrenalina è una parte imprescindibile della propria esistenza, alimentata dalla costante ricerca del limite e dalla necessità di confrontarsi ogni volta con qualcosa di più estremo.

L’unione del gruppo diventa sempre più forte dopo ogni impresa rischiosa compiuta, anche se quell’indole per il pericolo rischia di compromettere e non poco le loro vite private. E quando la morte si frappone tra loro, questi uomini volanti si troveranno davanti a una serie di decisioni difficili.

Adrenalina: oltre i limiti – recensione

L’impossibilità di coniugare una normale quotidianità e la ricerca compulsiva del vuoto è il cuore pulsante di Adrenalina, film che ricostruisce una vicenda effettivamente accaduta – i veri protagonisti compaiono in diapositive sui titoli di coda – accompagnando la parte di finzione a interviste ad hoc dal taglio pseudo documentaristico, realizzate appositamente per il racconto.

Va detto come le scelte dei personaggi possano suscitare una netta distinzione nel pubblico, tra chi pronto ad apprezzare il loro coraggio anche portando ai limiti più estremi e chi invece etichetterà invece quelle rischiose peripezie come frutto di pura incoscienza, anche dopo incidenti già avvenuti che avrebbero spinto pressoché chiunque a smettere.

La sceneggiatura sottolinea proprio come questa pulsione sia difficile da spiegare e trasforma il tutto in un dramma sportivo che rinuncia intelligentemente a tratteggiarli come semplici eroi del rischio, mettendo invece in primo piano quella zona d’ambiguità nel quale ragioni e torti finiscono per confondersi.

Cuore e mente

Lo spunto più interessante di Adrenalina, titolo italiano libero adattamento dell’originale spagnolo La fiera, nasce proprio in questa contraddizione, mettendo al centro cinque individui perfettamente consapevoli della possibilità di morire in qualsiasi momento che, nonostante tutto, continuano imperterriti, non nascondendo anche un po’ di egoismo nei confronti delle persone che li amano.

La paura non è per loro un ostacolo ma la condizione stessa necessaria per sentirsi vivi, una sorta di corto circuito mentale che forse soltanto chi ha provato in prima persona tali emozioni può provare ad esprimere. Dove le due ore di visione convincono maggiormente è nel versante spettacolare, con il regista Salvador Calvo che dimostra una notevole capacità nel trasformare il volo in qualcosa di fisico, febbrile e vertiginoso. Montagne, pareti rocciose, salti nel vuoto sono raccontati con filmati realizzati da veri professionisti, cercando di far comprenderne tanto il fascino quanto l’azzardo.

Più complicato e non sempre affrontato con consapevolezza è invece il rapporto con la psicologia e il privato, con l’impressione di una certa disparità emotiva, al punto che – come insegna il motto “l’unione fa la forza” – è il gruppo nel suo insieme a funzionare meglio dei singoli, con le figure femminili che rimangono inevitabilmente ai margini di quest’esaltazione dell’ego prettamente maschile.

Conclusioni finali

Spettacolare nelle sue sortite agonistiche, pur accompagnate da quell’alone di tragedia imminente ancor più drammatico in quanto il film è ispirato a una storia vera, Adrenalina rischia di apparire invece più scontato nella gestione dei personaggi, con la sceneggiatura che alterna intuizioni valide a passaggi più schematici e talvolta figli di una certa retorica.

Gli inserti documentaristici, con interviste realizzate ad hoc alle versioni su schermo dei reali protagonisti, cercano di far comprendere a chi guarda le motivazioni alla base di scelte di vita così estreme. Con il merito di non trasformarli né in eroi né in folli, presentando l’incoscienza come una sorta di droga della quale non poter fare a meno, costi quel che costi.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.