Wils Sing, K-Pop e risate in una commedia a tutta nostalgia – Recensione

Wild Sing

All’alba del nuovo millennio, i Triangle sono stati uno dei gruppi K-pop più popolari in Corea del Sud. Il trio era formato dal leader e ballerino Hyeon-woo, dal rapper Sang-gu e dalla cantante Do-mi e conquistò in breve tempo le classifiche, fino a quando un’inaspettata accusa di plagio non mise bruscamente fine alla loro carriera. Vent’anni più tardi della band di un tempo non è rimasto quasi nulla e ognuno di loro si è rifatto una vita in altri ambiti.

Ma i protagonisti di Wild Sing sono destinati a tornare ancora una volta sul palco. Quando arriva quell’inaspettata possibilità, Hyeon-woo decide di mettersi alla ricerca dei compagni di un tempo, in un primo momento tutt’altro che entusiasti di rinvangare il comune passato. Dopo varie vicissitudini, i tre infine accettano di riunirsi e si ritrovano impegnati in una caotica disavventura on the road per raggiungere il tempo il luogo dell’esibizione di reunion.

Wild Sing: un’ultima volta? – recensione

La nostalgia vince facile sul pubblico contemporaneo, soprattutto quando si parla della prima generazione del K-pop e di un’epoca ormai consegnata all’album dei ricordi. E proprio con il genere musicale tornato alla ribalta tramite il clamoroso successo del premiato KPop Demon Hunters (2025), vincitore dell’Oscar per il miglior film d’animazione, Netflix ha deciso di sfruttare l’ondata e dare vita a una pellicola a tema.

Il regista Son Jae-gon la sfrutta come punto di partenza per una commedia che guarda sì al passato senza trasformarlo però in un semplice mezzo ricattatorio. I Triangle sono un gruppo immaginario costruito con una cura maniacale, dal look ai costumi fino alle coreografie e alle canzoni con le quali si scatenano sul palcoscenico, dando vita a passaggi accattivanti per chi appassionato di tali sonorità. A interpretare quei giovani divi ormai invecchiati sono tre attori affermati, chiamati a giocare con la propria immagine.

Canta che ti passa

Il racconto di questi ex idol diventa una sorta di improbabile parabola sul fallimento, sull’orgoglio ritrovato e sulla difficoltà di accettare che il proprio momento sia ormai passato e che la vita sia andata avanti. La sceneggiatura intende spingere i personaggi verso l’eccesso, affidandosi a gag e situazioni frutto di un umorismo volutamente sopra le righe, uno stile che chi conosce il cinema coreano di genere ha ben presente.

Ci si diverte ma al contempo Wild Sing sembra adagiarsi eccessivamente sulla premessa di partenza, cedendo a una parziale monotonia in quella parte centrale dove il tentativo di raggiungere la meta designata si tinge di vicissitudini assurde e tirate eccessivamente per le lunghe, coinvolgenti l’ex manager – ai tempi fuggito all’estero per via dello scandalo – e un vecchio rivale tornato anch’esso con il loro medesimo proposito. Gli stessi personaggi, per quanto simpatici, rimangono in larga parte delle caricature, senza che la sceneggiatura riesca a raschiare con convinzione oltre la superficie.

E allora ecco che sono proprio le hit a rialzare l’asticella dell’attenzione, con quel finale che riconsegna i Triangle a quel successo smarrito due decadi prima, in una catarsi liberatoria per loro e per lo spettatore: soprattutto chi coetaneo dei protagonisti, potrà immedesimarvisi con trasporto ancora maggiore.

Conclusioni finali

Una commedia musicale imperfetta, tanto prevedibile quanto gradevole, che richiama un immaginario K-pop di inizio millennio in un’ottica nostalgica che fa sempre colpo sul pubblico. In un periodo florido per suddetto genere musicale, la reunion dei Triangle – band fittizia ma costruita minuziosamente su schermo – possiede più di un’arma per conquistare il favore degli appassionati.

Wild Sing non reinventa nulla e nemmeno prova davvero a farlo, preferendo affidarsi alla simpatia dei suoi protagonisti e alla linearità di una storia che non pone particolari ostacoli a quel finale che tutti, comprensibilmente, si attendono. Un divertissement leggero e sgangherato, intriso di una malinconia che si fa veicolo emotivo dalla presa universale.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.